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4.   Speranze di stasi - 23/03/2009

Risposta all'ultimo saggio di Paolo Rossi

 

In tempi recenti abbiamo avuto modo di leggere in italiano sui temi che ci interessano alcuni brevi ma densi volumetti, per intenderci dalle settanta alle centoventi pagine ad un costo di pochi euro, che riassumono e se del caso aggiornano quanto già noto sulle opinioni dell'autore, esemplari talora di una certa mentalità. Uno di questi è Storia e destino di Aldo Schiavone (recensito da Francesco Boco su Divenire, vol. 1), un altro - da un versante non politicamente ma certo "ideologicamente" opposto - L'epoca del postumano di Pietro Barcellona, un altro ancora Per farla finita con il nichilismo. Heidegger e la questione della tecnica di Guillaume Faye (che ho commentato su Divenire, vol. 2) . In questa falsariga si iscrive anche, modestamente, Dove va la biopolitica?, libro-intervista di Adriano Scianca al sottoscritto (recensito da Riccardo Campa sempre su Divenire, vol. 2).

Alla collezione si è aggiunto da poco l'interessante Speranze di Paolo Rossi, noto storico della scienza, che ha una sua importanza soprattutto nel ricordarci che per fare proprie conclusioni reazionarie ed radicalmente anti-transumaniste non è strettamente necessario essere fondamentalisti religiosi, neoludditi o antiscienza. Anche se in termini filosofici Rossi più che scientista (posizione questa ancora troppo carica di "sovrumano" per l'autore) è "razionalista", e il razionalismo stesso lo interpreta essenzialmente nella chiave di una "ragionevolezza" che non è altro che quella forma di "political correctness" morale ed epistemologica volta a porre termine una volta per tutte non solo alle "speranze" che è corretto definire escatologiche, ma anche a qualsiasi tipo di "progetto di destino" propriamente detto.

Se il primo dei tre capitoli è intitolato "Senza speranze", il secondo "Smisurate speranze" («in cui si parla degli immaginari paradisi collocati in un altrove geografico [in particolare l'Unione sovietica o il terzo mondo], delle aspettazioni eccessive, del mito dell'uomo nuovo, dell'utopismo come ideologia diffusa, della recente crescita di un aggressivo Superumanesimo») e il terzo "Ragionevoli speranze", il costante leitmotiv del libretto è così la condanna di ogni insoddisfazione per l'esistente che possa indurre a preconizzare o auspicare qualcosa di diverso da un suo marginale affinamento nell'eterna e definitiva adesione al medesimo immutato paradigma. In questo quadro è chiaro che scienza e tecnica - che per altro l'autore tratta in modo davvero troppo confusionariamente intercambiabile e indistinto per uno che di mestiere fa lo storico della scienza - conservano, come nel Brave New World di Huxley, una loro essenziale, "ottimistica" funzione, ma esclusivamente nella misura in cui siano applicate (e ristrette) alla loro declinazione più prosaica, nel quadro di un rifiuto globale delle loro potenzialità e implicazioni rivoluzionarie, futuriste nel senso proprio della parola. Diciamo, in altri termini, il contrario esatto della visione che propongo io in Biopolitica. Il nuovo paradigma (versione online) e di quella che trova un'origine essenziale nel manifesto di cui ricorre nel 2009 il centenario; e che non a caso è stata il prodotto dell'intuizione visionaria di giovani artisti e poeti, non di indagatori d'archivi e storici accademici alla fine di un'onorata carriera.

Ciò che però non può essere contestata a Rossi al riguardo è la chiarezza. Il libro apre su una citazione di Ernst Bloch da Il principio speranza: «Il presunto tramonto delle speranze e delle utopie suggerisce domande ineludibili... E' cioè lecito chiedersi se la fine di alcune speranze progettuali di tipo politico coincida con il dissolversi di qualsiasi tendenza "utopica", o ancora se i nostri contemporanei hanno effettivamente cessato di desiderare e formulare ipotesi sul proprio futuro». Risponde Rossi: «L'ultima parte di questa frase (quella che segue la parola ancora) mi pare non abbia alcun senso: desiderare qualcosa e formulare, a questo proposito, ipotesi riguardanti il futuro non ha, di per sé, nulla a che fare con la dimensione utopica. Non è affatto vero che se, oggi in Italia, desidero comprarmi una casa e costruisco ipotesi sul mutuo da fare mi trovo per questo inserito in una [...] filosofia della storia». Giacché queste, e non altre, sono per Rossi le speranze non solo "ragionevoli", ma moralmente accettabili.

E di seguito: «Con trappole filosofiche simili a questa, quando ero giovane, avremmo tutti dovuto ritrovarci, senza mai averlo saputo, seguaci dell'Attualismo di Giovanni Gentile... A differenza di coloro che credono nel Progresso, nel Futuro radioso, nel Sole dell'Avvenire, nell'Avvento della Verità, anche a differenza di coloro che riscrivono il Libro dell'Apocalisse e profetizzano un immancabile Futuro Catastrofico, penso che si possano soltanto raccontare storie e che la Storia... ci sia (e ci sia sempre stata) preclusa. Che la Storia possa essere interpretata e illuminata dalla filosofia, che la Storia venga pensata come un Destino, è stata la Grande Illusione del Novecento».

Ciò che viene qui presentato in termini descrittivi, è infatti rovesciato in tutto il libro in termini prescrittivi: esisterebbe in sostanza un dovere morale di ritenere che il mondo sia sempre stato lo stesso perché questo è anche il presupposto del comandamento, ancora più importante, che ci impone di volere che rimanga sempre "essenzialmente" lo stesso nel nostro futuro.

Questa posizione non fa che tradurre una volta di più, in una forma relativamente originale e come si diceva per una volta non radicalmente antitecnologica, la nostalgia decadente per una "fine della storia" e un regno finalmente incontrastato dell'"ultimo uomo" nietzschano o del "vivere inautentico" heideggeriano, di cui si è fatto ad esempio profeta il neoluddita Fukuyama; ma gli argomenti su cui si appoggia non offrono in verità spunti granché nuovi, basati come sono pressoché esclusivamente su una retorica ampiamente abusata: «I paradisi del futuro non solo non si sono realizzati, ma quel tipo di speranza ha dato luogo a progetti non ragionevoli e resi praticabili mediante l'uso sistematico della violenza. Credere che progetti ragionevoli e praticabili possano nascere sulla base di uno "spostamento" dalla teologia ad una filosofia della storia (o addirittura ad una scienza della storia) è stata la pericolosa, fallimentare, sanguinosa illusione del Novecento», con ovvio riferimento alle varie guerre e rivoluzioni del secolo incriminato.

Con il che d'altronde, anche collocandosi interamente nella prospettiva di Rossi, non solo Hiroshima e Chernobyl verrebbero ad esaurire ogni possibile discorso sul nucleare, ma diventa problematica pure ogni visione non puramente negativa della rivoluzione francese o della decolonizzazione o persino della "violenza" se non altro semantica della rivoluzione scientifica secentesca tanto cara all'autore, così come di ogni sogno di emancipazione, sociale, nazionale, culturale, o... biologica; mentre resta perfettamente "giustificabile" ogni possibile "operazione di polizia" interna o internazionale, più o meno genocida, in cui tipicamente si atteggiano i fatti bellici del ventunesimo secolo, per tanto che non sia frutto di "filosofie della storia" o "progettualità collettive", ma piuttosto si inserisca in una volontà di porre esattamente termine a queste ultime.

Ma il disagio rispetto ad una chiave di lettura del mondo che in Speranze parte dalla contrapposizione di Empedocle a Socrate, e che "prova troppo", è già stato segnalato anche da commentatori ragionevolmente vicini all'autore, come Toni Muzzioli, che in "Scienza e critica sociale. È possibile oggi intentare una critica sociale senza passare per nemici della scienza? Una risposta allo storico della scienza Paolo Rossi" scrive: «Rossi denuncia correttamente l’esistenza di alcune forme di "ostilità alla scienza" tipiche del nostro tempo, fornendone però una fenomenologia talmente estensiva da inglobare anche qualsiasi forma di critica sociale, coinvolgente la scienza e le sue manifestazioni storiche, che il pensiero degli ultimi due secoli abbia prodotto... Sì, perché nel sacco di Rossi cade un po’ di tutto. Ecco le sue parole: " […]All’interno di una variegata e complicata storia trovano posto grandissimi filosofi (Rousseau, Nietzsche, Heidegger), filosofi minori (Gentile, Horkheimer, Marcuse, Foucault ecc. [sic!]), numerose scuole e tendenze di pensiero (romantici, spiritualisti, esistenzialisti, esponenti della Scuola di Francoforte ecc.), nonché i molti divulgatori e propagandisti e giornalisti che hanno diffuso e fatto circolare le idee presso un pubblico molto più largo di quello dei filosofi e dei letterati di professione... In alcuni casi questo intreccio o coacervo di idee si è saldamente connesso con una dichiarata e aperta ostilità verso la scienza e si è diffuso (con diversa intensità nei diversi paesi) entro i partiti politici e i sindacati, è penetrato entro larghi movimenti di massa, come nel caso del movimento del Sessantotto, o in quello che si ispira alle tematiche degli ecologisti e dei Verdi, o, in Cina, all’interno della rivoluzione culturale"».

Risponde, con parole molto condivisibili, il marxista Muzzioli, che come me e come Rossi pure si considera "dalla parte della scienza: «La piena accettazione della nostra condizione di moderni e di uomini dell’età dell’industria e della tecnica non può dissociarsi dalla percezione dei pericoli specifici del nostro mondo... Pericoli che, d’altra parte, sono dovuti non, astrattamente, alla Scienza o alla Tecnica, ma piuttosto ad esse in quanto sono capitalisticamente governate e plasmate... Questo è il nostro mondo, ed è bene che sia così: la scienza, le sue applicazioni alla vita sociale sono una nostra “seconda natura” irrinunciabile; ma altrettanto irrinunciabile è la nostra attitudine alla critica delle relazioni sociali entro cui viviamo, che a loro volta plasmano e segnano lo sviluppo della scienza e della tecnica, determinandone direzioni, qualità, ambiti di applicazione».

In questa notte della "ragionevolezza imperiale" e della nausea della storia in cui tutte le vacche sono grige, invariabile è invece la condanna senza appello o la condiscendente sufficienza con cui i transumanisti vengono accomunati a Marcuse, a Comte, a Brecht, ai Raeliani, ai climatologi che parlano di Global Warming e al Ballo Excelsior, passando dai sostenitori del neocreazionismo al movimento contro gli OGM, dalla teoria dei fiori di Bach al “principio di precauzione” al postmoderno, da Theodor Wiesengrund Adorno a Joseph Goebbels ai Bambini di Satana, da Michel Foucault alla sensitiva di Casalpusterlengo, da Weber a Nietzsche ad Heidegger, Ceronetti, Riccardo Vacca e Asor Rosa.

Già, i transumanisti, perché Rossi accomuna come abbiamo visto le "speranze" di tipo teologico, tuttora riflesse nei fondamentalismi religiosi monoteisti, non solo con il misticismo ambientalista o dai toni oggettivamente antiscientifici, ma anche con le filosofie della storia che pur rinviando ad una prospettiva che resta innegabilmente escatologica risultano interamente secolarizzate, ed anzi tentano di costruirsi in "scienza", come il marxismo, così come con i progetti di destino nietzchanamente "volontaristi", come il futurismo. Così che giunge quasi a vagheggiare il sistema che richiama dalla Nuova Atlantide di Francesco Bacone, in cui «gli scienziati vivono in solitudine» «in un campus tagliato fuori dal resto del mondo, un quieto luogo per la ricerca non turbato dal quotidiano affacendarsi dei comuni mortali», e «sono consapevoli che il loro sapere contiene cose pericolose tenendo apposite riunioni per decidere quali fra le scoperte realizzate possano essere rivelate al pubblico e quali no», così che «si impegnano, ove la decisione sia negativa, ad un giuramento di segretezza», dopodiché «alcune delle scoperte segrete che decidono di mantenere segrete vengono rivelate allo Stato» mentre «altre (perché troppo pericolose) vengono invece tenute del tutto nascoste [anche] al Potere». In effetti, non proprio quello che auspica il programma del Manifesto dei Transumanisti Italiani; e se è questo che vuole essere oggi il "partito della scienza", c'è davvero da rivalutare al paragone positivismo, marxismo o hegelismo o altre "bestie nere" di Rossi cui pure non mi sono mai sentito particolarmente vicino!

Ma ecco che Rossi per primo si dimostra pronto a recuperare persino l'aborrito Habermas come monito anti-transumanista alle "pericolose inclinazioni" che localizza non sorprendentemente nel già citato libretto di Schiavone, sulla base di una citazione di Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale verosimilmente tratta dal mio libro che menziona poche righe prima, e che fa riferimento alla possibilità che diverse culture o comunità perseguano una «auto-ottimizzazione genetica del genere umano in direzioni diverse, finendo così per mettere in discussione l'unità della natura umana come fondamento rispetto al quale tutti gli uomini avevano potuto finora intendersi, e mutuamente riconoscersi, quali membri di una stessa comunità morale»; prospettiva di diversità, evoluzione, autodeterminazione che è ovviamente anatema per chi considera queste cose il "peccato originale" o la "grande illusione" da cui derivano tutti i possibili mali. Mentre non a caso nella denuncia della "speranza" transumanista ci si ritrova a letto con numerosi altri esponenti del "partito dell'antiscienza", come Veneziani o i profeti dell'ecologismo radicale, che Paolo Rossi pure vorrebbe contrastare.

E del resto il transumanismo, specie italiano, incredibilmente sarebbe secondo Rossi il luogo di un nuovo scontro - che so, magari foriero di una terza guerra mondiale? - tra aree che sarebbero pure ugualmente infestate da tale medesimo germe (perché già prima infettate dall'abitudine alle "smisurate speranze", si suppone). Leggiamo così in Speranze, dopo la debita stigmatizzazione dell'"utopismo" e del "favolismo" di Nick Bostrom e dell'Extropy Institute: «sui temi [transumanisti] convergono esponenti della Destra e della Sinistra [sic, maiuscole sue], anche se in più di un caso la polemica si fa rovente [corsivo nostro]». Infatti, nota Rossi, Roberto Marchesini vede il libro Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza oggetto di un numero della rivista fiorentina Iride, dell'Istituto Gramsci Toscano, e «Riccardo Campa scrive i suoi primi articoli su MondOperaio e definisce il Transumanesimo una "dottrina filosofica appartenente alla famiglia delle ideologie progressiste". Ma Stefano Vaj, in Biopolitica. Il nuovo paradigma, si dichiara vicino all'eugenetica, il suo libro viene qualificato neonazista, e viene recensito e intervistato dalla Padania. Adriano Scianca collabora al quotidiano di Alleanza Nazionale...». E ancora: «Schiavone parla delle prospettive "fantascientifiche" della scienza e della tecnica, ma non tiene minimamente conto (oppure non intende tener conto) della proliferante letteratura qui considerata, né della presenza dei temi del Transumanesimo nella cultura della Destra e della Sinistra. Sembra non rendersi conto che uno scontro (dai toni aspri) è già iniziato... [c.n]».

Ora, è perfettamente vero che il postumanista Marchesini ha suscitato interesse soprattutto "a sinistra", e che Riccardo Campa, presidente della Associazione Italiana Transumanisti, è un intellettuale di formazione socialista, che non ha mai sentito il bisogno di rinnegare. E' altrettanto vero che Adriano Scianca, i cui toni non sono certo più enfatici o provocatori di quelli impiegati a fini opposti dal medesimo Rossi, è a poco più di vent'anni uno dei più brillanti giovani collaboratori del Secolo d'Italia. Quanto al sottoscritto - che non è e non si è mai considerato "di destra", al punto di essere uscito dall'ambiente del GRECE dopo che questo ha accettato la definizione mediatica di Nouvelle Droite, prevedendo che alle parole sarebbero disgraziatamente seguiti... i fatti, come testimonia anche l'evoluzione "ecologista" e "decrescentista" più recente del gruppo -, dell'interesse che l'ambiente padanista (cui resto "criticamente vicino"...) mi ha in varie occasioni dimostrato, invitandomi a sue scuole di partito, recensendomi, intervistandomi o aprendomi le sue testate, mi sento solo onorato; le mie posizioni in materia di eugenetica transumaniste sono ben chiarite dal già citato Manifesto dei Transumanisti Italiani, cui ho collaborato e che ho approvato come segretario nazionale dell'AIT, che è stato redatto da... Campa stesso (!); ed è persino assolutamente vero che come aveva già notato su Rinascita Mafalda Grandi ("Dove va il transumanesimo", 07/03/2008), ci sono un paio di poco noti personaggi espulsi o allontanatisi dall'AIT (e questi sì con posizioni che pare possano essere legittimamente definite "di destra", in particolare in senso neocon) che si dilettano, nell'indifferenza generale, a formare dossier per tentare di dimostrare il mio improbabile "neonazismo" - del tutto sfuggito alla ventina di testate che hanno recensito il mio testo in questione, tra cui quattro quotidiani nazionali e il GR1 -, senza rinunciare neppure loro a definirsi transumanisti.

"Lo scontro dai toni aspri" che tutto ciò può davvero far preconizzare non pare però dipendere affatto dall'interesse assolutamente trasversale di varie famiglie politiche ed ideologiche per il transumanismo, o da rinnovate rivalità escatologiche tra le stesse che il transumanismo starebbe implausibilmente fomentando. Ma anzi dipende semmai proprio dalla ridefinizione degli schieramenti anche intorno a questo tema, che vede da un lato quelli che la pensano come Paolo Rossi ritrovarsi con compagni di strada che pure lo stesso dovrebbe trovare imbarazzanti, dall'altro nascere una sintesi, un superamento e appunto una "convergenza" che vede molti transumanisti definirsi ormai "upwingers" ("né a destra, né a sinistra, ma a novanta gradi rispetto ad entrambe, verso l'alto").

Con ciò ponendesi esattamente al di là delle "contrapposizioni ideologiche novecentesche" che Rossi tanto deplora in termini di assolutismo, utopismo, intolleranza, etc.; ma anche della tronfia, e potenzialmente catastrofica prosaicità e miopia che pare governare, con grande soddisfazione dell'autore, la nostra vita quotidiana, e che vuole insegnarci che la "grande speranza", già impostaci per secoli come virtù teologale dalla mitologia monoteista, con la già avvenuta realizzazione sulla terra del "migliore dei mondi realisticamente possibili" sarebbe ora divenuta l'Ultimo Peccato.

Stefano Vaj