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MANIFESTO DEI TRANSUMANISTI ITALIANI
Noi transumanisti
ci siamo dati un obiettivo
chiaro e ambizioso sin dal momento della nascita dell’Associazione Italiana
Transumanisti: creare nel nostro paese le condizioni per una rivoluzione morale
e intellettuale di orientamento prometeico. Una rivoluzione capace di produrre
cambiamenti radicali nel mondo della cultura e della vita quotidiana.
Noi vorremmo vedere l’Italia e l’Europa protagoniste di una nuova fase di
sviluppo tecnologico, scientifico, industriale, culturale, ma anche biologico –
dal momento che tra i nostri valori fondamentali c’è anche l’allungamento della
vita, il rallentamento del processo di invecchiamento, la salute dei cittadini e
il potenziamento fisico e psichico dei disabili e dei normodotati, anche oltre i
limiti imposti dalla nostra attuale struttura biologica. Riteniamo un valore
fondamentale anche l’autodeterminazione degli individui e dei popoli e perciò
non intendiamo imporre a nessuno i nostri valori, ma semplicemente proporli.
Analogamente, non tolleriamo che ci venga imposta con la forza o la minaccia una
diversa visione del mondo e della vita. Mettiamo subito in chiaro che,
elaborando questo manifesto, non intendiamo affatto fondare un nuovo partito,
del quale – nell’attuale già troppo frastagliato arcipelago della politica e
della partitocrazia italiana – non si sente assolutamente il bisogno.
L’organizzazione transumanista è e resta un movimento transpartitico e agisce
con gli strumenti tipici del movimentismo: pubblicazioni, prese di posizione,
pubbliche manifestazioni, boicottaggio di certi prodotti, resistenza passiva,
campagne referendarie, raccolta firme, solidarietà morale e materiale a soggetti
meritevoli, istituzione di borse di studio, appoggio elettorale a determinati
candidati, sulla base dei programmi e a prescindere dal colore politico. Lo
scopo di questo manifesto è semplicemente quello di indicare più chiaramente i
princìpi e la linea d’azione del movimento.
L’idea cardine del transumanesimo può essere riassunta in una formula: è
possibile ed auspicabile passare da una fase di evoluzione cieca ad una fase di
evoluzione autodiretta consapevole. Noi siamo pronti a fare ciò che oggi la
scienza rende possibile, ovvero prendere in mano il nostro destino di specie.
Siamo pronti ad accettare la sfida che proviene dai risultati delle
biotecnologie, delle scienze cognitive, della robotica, della nanotecnologia e
dell’intelligenza artificiale, portando detta sfida su un piano politico e
filosofico, al fine di dare al nostro percorso un senso e una direzione. Si badi
che questo progetto non ha molto a che fare con l’eugenetica negativa e
autoritaria predicata nel XIX secolo e messa in pratica dagli Stati Uniti
d’America, dalla Germania nazionalsocialista e dalle socialdemocrazie scandinave
nel XX secolo. La sterilizzazione dei portatori di malattie ereditarie è una
risposta primitiva e brutale ad un problema che le nuove tecnologie permettono
di superare lasciando intatta la libertà di procreazione degli individui. In
altre parole, è pura mistificazione identificare l’eugenetica negativa e
autoritaria del passato con l’attuale modello transumanista di evoluzione
autodiretta, che è proteso a garantire in positivo la salute e il potenziamento
degli individui e della loro prole, tenendo sempre ferma la libertà di scelta e
il diritto alla felicità del nascituro.
Nonostante solo oggi si renda possibile affrontare il problema in questi
termini, sarebbe altrettanto sbagliato vedere il superamento dei limiti
biologici dell’uomo alla stregua di un piano formulato nottetempo da
improvvisati apprendisti stregoni. Si tratta, al contrario, di un’idea che ha
una tradizione solida nella storia del pensiero europeo e che – anche prima
della nascita del movimento transumanista propriamente detto – ha espresso
pensatori del calibro di Francesco Bacone, Tommaso Campanella, Jean Condorcet,
Friedrich Nietzsche, Filippo Tommaso Marinetti, Leon Trotsky, Julian Huxley,
Jacques Monod e Jean-François Lyotard, per citare solo i nomi più noti. Noi,
ora, stiamo semplicemente riannodando i fili del discorso, al fine di elaborare
una filosofia unitaria e coerente.
I fautori dell’evoluzione autodiretta, più che sfidare la natura, intendono
agevolarne il dispiegamento delle possibilità. Il senso e la direzione di cui
parliamo sono in fondo quelli che stanno alla base dell’emersione della nostra
specie – che ha rappresentato l’affermazione di organismi più intelligenti
rispetto ai loro immediati progenitori. Ecco perché, se ragioniamo in termini
evoluzionistici, piuttosto che fissisti, risulta chiaro che il transumanesimo
non è né può essere contronatura. Noi stiamo piuttosto cercando di stabilire le
linee di una nuova armonia tra cultura e natura. Non stupisce allora che coloro
che ci vedono come un pericoloso nemico sono innanzitutto nemici dell’evoluzione
e della conoscenza – che della nostra evoluzione come specie è stata il frutto
finale.
L’accusa di hybris (tracotanza, infrazione del limite, superamento delle Colonne
d’Ercole), che ci viene talora rivolta, è espressione di visioni del mondo
pre-darwiniane: il transumano non può andare contro-natura perché nulla di ciò
che la tecnoscienza può fare si colloca fuori delle leggi della fisica e della
biologia. E perché non si è mai data una natura umana che non fosse già il
prodotto di una auto-domesticazione, di una coniugazione dell’umano con
l’animale e con lo strumento tecnico e quindi non fosse in definitiva già
un’evoluzione auto-diretta, seppure ancora non consapevole.
Un movimento polimorfo e multiculturale
Nel movimento transumanista, ci sono tre ambiti principali in cui si notano
differenze ideologiche, tanto a livello planetario quanto a livello italiano:
l’ambito politico, l’ambito religioso e l’ambito scientifico. Tracceremo le
linee generali di queste divisioni interne, indicando poi in che modo intendiamo
superarle nella nostra organizzazione.
Per quanto riguarda la politica, un recente sondaggio della WTA mostra che in
termini qualitativi esistono transumanisti di pressoché ogni colore,
dall’estrema sinistra all’estrema destra, e tutto ciò che si trova tra i due
poli. In termini quantitativi, invece, si nota una netta prevalenza della
sinistra (47% il dato aggregato), con una preponderanza di membri che si
definiscono socialisti o progressisti e piccole frange più estreme di anarchici
(2%) e comunisti (1%). È nutrito anche il gruppo dei liberali di destra (20% il
dato aggregato), con frange liberiste radicali (randiani, minarchisti,
anarco-capitalisti) intorno al 4%. Non mancano infine iscritti aderenti a forze
di orientamento conservatore, confessionale o nazionalistico. Per dare qualche
dato, i democristiani si attestano sullo 0,5%, esattamente come chi si definisce
di estrema destra. Il 14% dice però di aderire già ad una ideologia di sintesi,
o upwing (non a destra né a sinistra, ma ‘verso l’alto’), mentre l’11% si dice
disinteressato alla politica come oggi intesa. Da notare che la stragrande
maggioranza dei transumanisti ritiene che il sistema democratico sia il migliore
possibile, mentre – dato altrettanto interessante – i critici della democrazia
si trovano più o meno in tutti gli orientamenti.
Per quanto riguarda la religione, i transumanisti sono per il 64% atei e
agnostici, mentre il 31% dei membri aderisce a qualche forma di spiritualità o
culto. Di questi, il 9% sono cristiani (cattolici, protestanti e mormoni), il 4%
buddisti, il 2% pagani, l’1% ebrei osservanti e l’1% musulmani – per citare le
religioni più note. Ci sono anche membri che, anche in questa categoria, si
dicono transumanisti (1%), definendo così il transumanesimo stesso come una
religione.
Per quanto riguarda l’immagine della scienza, abbiamo due tendenze principali.
Da un lato, ci sono transumanisti attenti a rimanere nel solco della scienza
ufficiale e accademica, e quindi orientati a considerare la fantascienza, le
utopie, le previsioni futurologiche poco più che un divertimento o un utile
esercizio ipotetico. Dall’altro, ci sono transumanisti pronti a trattare
tecnologie ed eventi ancora non realizzati come articoli di fede, soltanto
perché sono stati prognosticati da alcuni eminenti futurologi e scrittori di
fantascienza. Le divergenze riguardano soprattutto il mind-uploading, la
Singolarità, l’immortalità. Si noti che il 19% dei membri ritiene che l’attuale
linea della WTA (delineata in particolare dai princìpi generali e dalle F.A.Q.
pubblicate dal relativo sito) e troppo orientata in senso utopico, futurologico
e fantascientifico, mentre l’8% sostiene al contrario che è un programma troppo
pragmatico e orientato su problematiche a breve termine. Il rimanente 73%
ritiene invece che l’orientamento dell’associazione sia sufficientemente
bilanciato tra le due prospettive. Ora, questo non dice molto, finché non si
capisce come i rispondenti interpretano la linea della WTA. Il dato più
significativo è dunque un altro: soltanto il 7% dei transumanisti aderisce all’immortalismo,
ovvero all’idea che possa essere raggiunta l’immortalità terrena. Il restante
93% si attiene invece a un programma ben più pragmatico o realistico, definendo
il transumanesimo in termini di life-extension, ovvero di massima estensione
dell’aspettativa di vita e della longevità – nei limiti delle possibilità via
via offerte dalle scienze biologiche e fisiche.
La reazione dei media e i pregiudizi più diffusi
Per quanto riguarda il nostro paese, abbiamo registrato una notevole attenzione
da parte dei media. Hanno parlato di noi giornali, radio, televisioni, riviste
telematiche e blog di ogni orientamento politico e culturale. Articoli a stampa
sono usciti sulle principali testate nazionali, tra le quali Il Corriere
della Sera, la Repubblica,
l’Espresso, Panorama, Libero, L’Unità, Linus, Il Foglio, il Sole 24 Ore,
Avvenire, Il Tempo, Il Secolo d’Italia, Il Manifesto, MondOperaio,
Rinascita, La Stampa, Agenda Coscioni, Letteratura
Tradizione, la Padania e Il Federalista, nonché su diverse testate
locali come Il Giornale di Bergamo, la Voce di Mantova, la Gazzetta di
Mantova, la Cronaca di Mantova, la Libertà di Piacenza e la Gazzetta del
Mezzogiorno. Non è mancata all’appello la televisione che, con Rai 2,
ha dedicato alle nostre tematiche il documentario Il Mutante: il futuro
postumano che ci aspetta e, con Rai 3, ha addirittura trasmesso un
documentario monografico sulla nostra associazione: Nascita del superuomo.
Hanno inoltre affrontato l’argomento del transumanesimo numerose testate
digitali, tra le quali Notizie Radicali, Fondazione Bassetti,
LibMagazine, Resistenza Laica, Futuroprossimo, Enterprise,
Fantascienza, l’Uomo Libero, Ulisse, Bioetiche, Aprile, La Destra,
Cuorelettrici, Digitalife, Indymedia, ECplanet, Luogocomune, Punto Informatico,
e ancora tanti blog personali che, se solo provassimo a citarli tutti,
riempirebbero la pagina. Sono centinaia anche i libri dedicati al transumanesimo
e al postumano, per i quali rimandiamo alla bibliografia del nostro sito
(www.transumanisti.it), probabilmente la più completa al mondo.
In questo turbinio di pubblicazioni, c’è chi ha mostrato di condividere le
nostre idee, chi si è semplicemente limitato a produrre un resoconto lucido e
distaccato, chi infine ha avanzato critiche e sollevato dubbi. Se la maggior
parte di questi organi di informazione ha prodotto un’immagine nel complesso
accettabile del nostro movimento, non sono mancate distorsioni e mistificazioni.
Dalle colonne del Corriere della sera, Francis Fukuyama – consigliere di
George Bush per la bioetica – ci ha definiti l’organizzazione più pericolosa del
mondo. Avvenire non ha lesinato sull’uso dell’inchiostro per presentarci
come pericolosi estremisti, a volte di sinistra e a volte di destra, a seconda
delle convenienze. Giuliano Ferrara, attraverso le colonne de Il Foglio
ci ha dedicato molte attenzioni e commenti al vetriolo, quasi che fossimo
diventati l’ago della bilancia della politica italiana. La Fondazione Rebecchini
ha addirittura organizzato un convegno anti-transumanista, invitando a parlare
Fukuyama, Ferrara e monsignor Fisichella. Marcello Veneziani ci ha bollato come
nemici della specie umana e della religione. Non sappiamo se Ratzinger e Ruini
stiano pensando di riattivare la Santa Inquisizione per prendersi cura di noi,
ma i commenti finora uditi non sono sembrati rassicuranti. E gli attacchi non
vengono solo dal centrodestra. Diversi blog di sinistra si sono ingegnati
nell’elaborare le più sofisticate teorie cospirazioniste, presentandoci come una
sorta di Spectre o di organizzazione massonica che guida segretamente le
sorti del mondo. Tanto hanno detto, tanto hanno scritto, che le nostre orecchie
ancora fischiano. Siamo stati stigmatizzati come «folli
futur-scientisti materialisti», «umanoidi tecnologicamente avanzati e
spiritualmente putrefatti», «talebani delle biotecnologie», «estremisti della
manipolazione dell’umano», «fautori di un mondo asettico senza emozioni»,
«nemici della specie umana», «un culto strano», «totalitaristi eugenetici»,
«agenti del demonio», «idealizzatori di mostri», e in molti altri modi
altrettanto cortesi.
Sebbene queste voci non siano unanimi, sono nondimeno molto rumorose. Perciò
urge una risposta chiara e risoluta per sgomberare il campo da alcuni stereotipi
negativi. Visto lo straordinario parallelismo della
situazione, non resistiamo alla tentazione di parafrasare l’incipit di un famoso
manifesto dell’Ottocento, quello di Marx ed Engels...
C’è uno spettro che s’aggira per il Mondo – lo spettro del transumanesimo. Tutte
le potenze del vecchio Mondo si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe
contro questo spettro. Di qui due conseguenze. Il transumanesimo viene ormai
riconosciuto come una potenza da tutte le potenze mondiali. È ormai tempo che i
transumanisti espongano apertamente al mondo la loro prospettiva, i loro scopi,
le loro tendenze, e oppongano alla favola dello spettro del transumanesimo un
manifesto del movimento stesso.
I falsi pregiudizi che circolano sono almeno tre e riguardano proprio i tre
ambiti di divisione interna del movimento, questo per dire che sarebbe sterile
limitarsi al vittimismo, attribuendo tutte le colpe ai nostri avversari e alla
cattiva stampa. Le nostre divisioni giocano obiettivamente un ruolo negativo,
perlomeno nel momento in cui ostacolano una risposta chiara e unitaria a queste
accuse infondate.
1) Il pregiudizio dell’élitarismo plutocratico. I transumanisti sarebbero
un’élite di ricchi borghesi senza scrupoli, che intendono potenziarsi a livello
psicofisico, diventando semidei immortali, una nuova specie superumana, nel
migliore dei casi disinteressandosi del resto della gente, e nel peggiore dei
casi, al fine inconfessato di ridurre in schiavitù il resto dell’umanità.
Farebbero tutto questo senza utilizzare violenza in modo palese, ma
semplicemente operando affinché l’unica legge universale diventi la legge del
mercato. La strategia dei transumanisti sarebbe dunque tutt’uno con la
globalizzazione delle multinazionali e la progressiva realizzazione dello stato
unico mondiale, che altro non sarebbe se non un mercato unico planetario
dominato dagli USA, il nuovo poliziotto del mondo, il nuovo Impero. In questo
quadro, una volta smantellati tutti i servizi sanitari nazionali, e le nazioni
stesse con le loro politiche sociali, si verificherebbe la presa indolore del
potere di questa malvagia élite. Se le biotecnologie potenzianti saranno
costose, e nulla fa pensare che non lo saranno, considerando quanto costa oggi
in Italia solo rifarsi la dentatura, solo i ricchi potranno potenziarsi e, così,
quella che oggi è lotta di classe, diventerà un giorno lotta di specie. E la
lotta non può che finire con la vittoria totale della specie superumana sulla
più debole specie umana. Un ulteriore strumento per raggiungere l’obiettivo
consisterebbe nella costruzione di uno stato orwelliano. I transumanisti
cercherebbero di convincere i cittadini ad utilizzare farmaci o a installare
microchip sottopelle, al fine di controllarli meglio. In altre parole,
lancerebbero nuove mode, dopo i computer in rete e i telefonini cellulari – che
detto tra parentesi già permettono alle autorità di spiare e controllare
pensieri e spostamenti dei cittadini – al fine di perfezionare questa nuova
schiavitù inconsapevole. Il cittadino crede ancora di poter proteggere la
propria privacy e di comunicare in modo sicuro con altre persone, spegnendo il
telefonino o il computer e incontrandosi all’aria aperta. Ma è solo
un’illusione. Siamo già entrati in una nuova fase di controllo e repressione
grazie a nuovi dispositivi: una nube di satelliti in orbita, dai quali diventa
possibile leggere la targa di un auto o il labiale di una persona; videocamere
attivate ad ogni angolo di strada e in ogni edificio, in nome della sicurezza;
trattamenti farmacologici inutili che servono solo a creare dipendenza o a
rendere meno irrequiete e perciò più accomodanti le persone, bambini inclusi; e
insetti artificiali o smart dust, polvere intelligente, costituita da nanobot
spia che possono controllarci in ogni ambiente, inclusa la nostra abitazione.
Dunque, le tecnologie invasive, i microchip installati sottopelle o direttamente
nel cervello, rappresenterebbero semplicemente la fase finale di questo
machiavellico progetto. E i transumanisti non sarebbero altro che agenti al
servizio del Grande Fratello.
2) Il pregiudizio del cultismo pseudoreligioso. I transumanisti sarebbero
una nuova setta religiosa, che persegue gli scopi malvagi sopra esposti, anche
al fine di sostituire le religioni ora esistenti con un nuovo culto universale.
Elementi essenziali di questa teologia sarebbero l’esistenza di un dio
spirituale del quale i suoi servitori preparano l’avvento, l’incarnazione,
attraverso la costruzione di sempre più sofisticati computer e robot. Quando le
macchine della IA saranno infinitamente più potenti e intelligenti di quelle
attuali, e saranno tutte connesse in una unica rete planetaria, questa entità
soprannaturale farà il suo ingresso trionfale nella macchina, si farà carne
sintetica, per realizzare il paradiso in terra. Allora, gli umani saranno
invitati (o costretti) ad uploadare le loro menti nella supermacchina e a vivere
nella forma di avatar disincarnati (un po’ come i nostri alter ego in Second
Life). Anche i morti saranno resuscitati in questa forma. E la macchina si
riserverà probabilmente la prerogativa di giudicare i vivi e i morti e di
modificare leggermente gli umani più pericolosi (Hitler, Stalin, Saddam),
affinché non rechino danno al sistema. È un evento che molti chiamano ‘la
Singolarità’, anche se questo concetto non ha una definizione univoca. Poi, la
supermacchina sarebbe destinata ad espandersi progressivamente nell’universo,
convertendo la materia inerte in nuove macchine pensanti, fino a quando tutto
l’universo non sarà altro che un’enorme macchina pensante. Così, il fine
dell’essere sarà finalmente raggiunto: l’autocoscienza assoluta dell’universo.
Per i critici atei, questo dio-macchina non è altro che il dio delle religioni
monoteistiche. Per i critici cristiani, invece, il dio-macchina non può che
essere il demonio.
3) Il pregiudizio della ciarlataneria. I transumanisti più che rifarsi
alla scienza ufficiale e accademica crederebbero nelle favole della futurologia,
delle utopie, della fantascienza. È infatti possibile credere nello scenario
descritto sopra solo prendendo decisamente il volo rispetto a quanto ci
insegnano non solo le scienze naturali, ma anche le scienze sociali. Una seria
analisi di scenario deve prendere in esame tutte le conoscenze ora disponibili,
e non semplicemente estrapolare un trend da qualche scoperta tecnica,
assecondando i propri desideri. Ma secondo i critici, i transumanisti sono
ingenui o ciarlatani. Essi ignorerebbero la scienza e la filosofia. Perciò, dal
fatto che il Braingate permette di trasferire segnali elettrici dal
cervello alle macchine, si affretterebbero incautamente a concludere che tutta
la coscienza sarà presto trasferita nei computer, risolvendo una volta per tutte
il problema della morte. Dal fatto che la potenza dei calcolatori raddoppia ogni
diciotto mesi, secondo la legge di Moore, inferirebbero poi che la Singolarità
non solo è possibile, ma anche certa e vicina.
Ora, non c’è bisogno di dire che si nota un certo contrasto tra le statistiche
sopra riportate e questi tre pregiudizi. E c’è anche una contraddizione tra i
vari pregiudizi: o si è un gruppo di ciarlatani o si è un’élite pericolosa,
delle due l’una. Tutto ciò accade perché le frange transumaniste inclini alle
posizioni ‘più strane’ o ‘meno plausibili’, pur essendo assolutamente
minoritarie, fanno più notizia. Il ‘pazzo criminale plutocrate’ è un personaggio
ben più appetibile per i media e per i blog rispetto al semplice ‘cittadino che
vuole l’accesso alle tecnologie’, per quanto radicale o rivoluzionario possa
essere. Così, viene appiccicata al transumanista la prima immagine, piuttosto
che la seconda.
Una strategia per il movimento transumanista italiano
1.
lotta per il possesso delle conoscenze e delle tecnologie;
2.
lotta per la laicità delle istituzioni e della cultura;
3.
lotta per l’affermazione di una concezione scientifica del mondo.
Queste scelte, che verranno ora meglio qualificate, realizzano una sintesi
ponderata tra le diverse anime del movimento – ovvero una sintesi che tiene
conto della sostanza e del peso delle varie mozioni. Questo è il transumanesimo
senza ulteriori qualificazioni.
Lotta per il possesso delle conoscenze e delle tecnologie.
Se si considera: 1) che la
maggioranza dei transumanisti è di sinistra (maggioranza relativa sul dato
globale e maggioranza assoluta sulla percentuale che esprime una preferenza); 2)
che anche la destra non liberale e il centro cattolico hanno in genere un
orientamento sociale, in particolare in Italia; 3) che gli stessi liberali in
Europa non sono pregiudizialmente contrari alle politiche sociali nell’ambito
della ricerca, dell’istruzione e della sanità; segue che il pregiudizio
dell’élitarismo plutocratico, ovvero il sospetto che il transumanesimo sia una
cospirazione di un’élite di ricchi contro la massa dei cittadini comuni, è del
tutto caricaturale. In pratica, si appiccica a tutto il movimento mondiale
l’immagine involontariamente diffusa da una minoranza di minarchisti e
anarco-capitalisti. Ebbene, dichiariamo a chiare lettere che l’obiettivo dei
transumanisti italiani, in linea tra l’altro con il sentire della maggioranza
dei transumanisti nel mondo, è l’appoggio a tutti coloro che lottano contro
l’esclusione dalle tecnologie attuali e future, a livello sociale quanto a
livello internazionale.
L’impegno dei transumanisti volto a garantire ai cittadini il possesso delle
conoscenze e delle tecnologie può essere inquadrato su tre livelli d’intervento:
libertà, sviluppo, accesso. Se lottare affinché siano destinate risorse umane e
materiali alla scienza è un passo fondamentale, è altrettanto evidente che senza
una reale libertà di ricerca scientifica, nonché rispetto delle norme minime
dell’ethos scientifico, lo sforzo sarebbe vano. Le risorse sarebbero
semplicemente sprecate. La priorità assoluta è dunque una battaglia
antiproibizionista per ottenere la libertà di ricerca scientifica, nonché la
libertà di evolvere, di mutare, di trasformare il proprio fenotipo e il proprio
genotipo. Per entrare nello specifico storico, l’utilizzo ottimale delle risorse
è ora seriamente ipotecato da leggi liberticide come la L. 40/2004 sulla
fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali. L’abrogazione o la
radicale modifica di questa legge è il primo impegno concreto dei transumanisti
italiani.
Ad un secondo livello d’intervento si pone la questione dello sviluppo. Una
volta ottenuta la libertà della scienza dalle ipoteche religiose, politiche ed
economiche, si deve approntare un piano per dare impulso ad una ricerca
scientifica che, pur nella sua autonomia, non perda di vista la priorità di un
miglioramento delle condizioni sociali e individuali, a partire da salute e
longevità, fondamento di tutto il resto. In questo contesto l’Italia, piuttosto
all’avanguardia nel campo della robotica, non finanzia abbastanza lo sviluppo
del settore biotech, a partire dalla ricerca pura in biologia e gerontologia,
fino alle applicazioni mediche di punta. È, d’altronde, evidente che un impegno
in questa direzione non avrebbe senso senza una riforma della ricerca italiana
in direzione di maggiore trasparenza, meritocrazia ed efficacia.
Ma non ci fermiamo certo qui. Non ci bastano la libertà formale e il sostegno
economico alla ricerca, noi vogliamo anche la libertà sostanziale. Il che
significa pretendere ed ottenere anche politiche solidali o sociali, affinché
non sia solo il reddito a decidere chi ha l’opportunità concreta di potenziarsi,
di rallentare l’invecchiamento, di allontanare la morte. Significa pretendere la
distribuzione dei benefici della ricerca scientifica e dell’innovazione
tecnologica. Significa pretendere l’accesso libero e generalizzato alle nuove
tecnologie. Dovrà essere il singolo cittadino a decidere che fare della propria
vita, ma con il sostegno della comunità cui appartiene. Tra l’altro, sarebbe
miope non essere chiari su questo punto. Significherebbe gettare nelle braccia
dei bioluddisti la massa dei cittadini esclusi.
Una politica dell’accesso alle tecnologie è
perfettamente legittimata dal carattere collettivo della scienza. Ogni scoperta,
teoria, invenzione deve la propria esistenza allo sforzo congiunto di molte
menti, operanti in luoghi e periodi storici diversi. Quando siamo nati, la
comunità ci ha fatto partecipi del linguaggio, delle informazioni, delle
conoscenze. La nostra personalità non si è formata dal nulla. Questo vale per i
cittadini comuni, come per gli scienziati. Un computer atomico prodotto, per
esempio, da un’azienda giapponese, non sarebbe concepibile senza le idee di
Democrito, di Galileo, di Leibniz e di molti altri pensatori. Inoltre, la
ricerca scientifica è spesso finanziata da denaro pubblico. Sarebbe ingiusto
prelevare denaro dalle tasche dei lavoratori, per finanziare una ricerca il cui
risultato finale è la loro marginalizzazione sociale. L’inventore e lo
scopritore finale meritano un riconoscimento, anche di tipo economico, utile
anche a rendere anticipatamente possibile il relativo finanziamento, ma è
sommamente inefficiente attribuire una proprietà incondizionata e monopolistica
sulle nuove tecnologie attraverso la meccanica concessione di brevetti che
eccedono tale finalità e che non riconoscono il contributo collettivo che c’è a
monte di quella invenzione. Gli effetti collaterali negativi di questa errata
percezione della scienza e della tecnica come prodotto del genio individuale è
sotto gli occhi di tutti. È l’assurdità di un mondo in cui, nonostante i
progressi della tecnica, gli esseri umani sono ancora costretti a lavorare lo
stesso numero di ore dei loro antenati, in condizioni di maggiore precarietà e
senza avere accesso a molti risultati dello sviluppo. In questo, individuiamo un
difetto del sistema di produzione che deve essere corretto.
Quello che non vogliamo è una società che decida l’accesso alle tecnologie
potenzianti esclusivamente sulla base del reddito. Noi non siamo contrari
all’iniziativa privata nel campo delle nuove tecnologie. Anzi, l’incoraggiamo e
riteniamo vada sostenuta con l’adozione tra l’altro di tutte le misure
necessarie a consentine il dispiegarsi. Non esiste da parte nostra alcuna
difficoltà a dare fiducia al mercato, dato che in vari settori ha mostrato di
produrre risultati migliori a costi più bassi (si pensi soltanto ai voli low
cost e all’elettronica digitale). È un dato di fatto che le liberalizzazioni
vanno spesso a vantaggio del consumatore e quindi anche di quello che una volta
si chiamava ‘il proletariato’ e che oggi possiamo più sobriamente chiamare ‘la
classe meno abbiente’. Tuttavia, la nostra fiducia nel mercato non è
incondizionata. Per noi il mercato non è una fede, è semplicemente uno
strumento. Più di una volta ha storicamente dimostrato di non produrre i
risultati desiderati. Per elettrificare capillarmente il paese si è dovuto
attendere l’intervento risolutore dello Stato. Le infrastrutture fondamentali
nel campo dei trasporti, dell’istruzione, della sanità, della ricerca esistono
grazie al fatto che lo Stato è intervenuto direttamente. Le esplorazioni
spaziali e le tecnologie nucleari si sono sviluppate in gran parte grazie
all’intervento pubblico, del resto per ragioni di prestigio e potenza, più che
di profitto. Dunque, ove le aziende private non si mostrino capaci di produrre
lo sforzo necessario nei settori che reputiamo strategici, oppure se falliranno,
e per fallimento intendiamo l’incapacità di fornire servizi a prezzi modici a
tutti i cittadini che ne faranno richiesta o di sostenere la ricerca
fondamentale nel relativo settore, sarà lo Stato a dover intervenire (quando non
direttamente i cittadini, secondo modelli che è proprio la tecnologia a rendere
possibili, come nell’esperienza dell’Open Source). Perlomeno, il nostro impegno
sarà risolutamente orientato a provocare tale intervento.
Per quanto riguarda le biotecnologie, in Italia, possiamo fare un discorso
chiaro, perché abbiamo già una struttura pubblica che può essere utilizzata per
la sperimentazione e l’utilizzo di nuove terapie e tecnologie potenzianti: il
servizio sanitario nazionale. Non funziona a perfezione, ci sono casi di
malasanità, ci sono sprechi e nepotismo, ma diverse agenzie internazionali lo
giudicano comparativamente uno dei migliori al mondo. Ogni qual volta si rendono
disponibili nuove terapie per rallentare l’invecchiamento e allungare la vita,
se il privato esita o fallisce o è in posizione di estrarre profitti
speculativi, deve essere l’intervento pubblico a garantire che tutti i cittadini
possano esercitare una scelta consapevole. Un impegno che inizia già da ora,
affinché i disabili e i malati abbiano accesso alle migliori terapie, ai più
efficaci farmaci, alle più sofisticate soluzioni protesiche. Il 21% degli
iscritti al movimento transumanista ha una qualche disabilità. Sentiamo di
dovere dare risposte concrete a queste persone e a tutte quelle che, pur non
aderendo all’associazione, si trovano in simili condizioni. La mancanza di
risorse non può essere una scusa accettabile, specie considerati i tanti sprechi
che caratterizzano la spesa pubblica.
In alcuni paesi milioni di persone sono escluse dai servizi sanitari. Se ora gli
esclusi tollerano questa condizione, forse consolati dal fatto che la sorte
comune del genere umano, ovvero l’invecchiamento e la morte, è in fondo la loro
vendicatrice, la situazione potrebbe cambiare decisamente quando terapie di
rigenerazione dei tessuti a base di staminali o nuovi trattamenti farmacologici
dovessero davvero portare al ringiovanimento e alla radicale estensione della
vita degli assistiti. In tal caso gli esclusi potrebbero prendere in
considerazione anche l’ipotesi di un’azione violenta nei confronti di quegli
individui abbienti che traggono vantaggio dal progresso medico, restando
indifferenti alle sorti degli altri membri della comunità. Avere una casa o
un’automobile più costosa non è esattamente come vivere in salute duecento anni,
piuttosto che morire sulla soglia dei settanta a causa della progressiva e
inesorabile degenerazione dei tessuti. L’ipotesi della ribellione degli esclusi
deve essere sempre tenuta presente nell’analisi di scenario e richiede risposte
preventive, rapide e concrete. L’impegno per l’accesso alle cure deve iniziare
subito, affinché al momento dell’emergenza delle nuove biotecnologie esista già
un modello di intervento consolidato. Lo stesso discorso vale per i settori
della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle nanotecnologie. Finché i
privati rendono ampiamente disponibili servizi di buona qualità a prezzi
concorrenziali, le istituzioni statali e i cittadini possono limitarsi a
vigilare, a controllare. Se invece in futuro si noteranno storture, iniquità,
pericoli, allora i transumanisti sosterranno la tesi dell’intervento diretto
dello Stato, quand’anche questo implicasse mettersi in conflitto con le
multinazionali del settore. Per dirla in parole semplici, fiducia al privato, ma
fiducia condizionata. Se non funziona, diventa inevitabile valutare l’ipotesi
della socializzazione dei settori chiave del transumanesimo, ovvero l’industria
biotecnologica, robotica e nanotecnologica, per assicurare controllo e giustizia
sociale.
Ma i transumanisti sono capaci di guardare più lontano rispetto alla politica
tradizionale. La nascita e lo sviluppo di internet e di comunità virtuali
deterritorializzate invita a ripensare tutta una serie di questioni come la
gestione dei brevetti tecnologici, le norme sul copyright, il fenomeno dell’Open
Source, i sistemi di sorveglianza telematici e satellitari, la privacy del
cittadino. Lo sviluppo tecnologico ci mostra tutta l’inadeguatezza di una classe
dirigente ferma alla dicotomia pubblico-privato e che ragiona ancora nell’ottica
limitata dello Stato-nazione. Senza volere cadere nel qualunquismo o nella
sterile polemica antipolitica, è un dato di fatto che – a parte rare e
meritevoli eccezioni – ci guida una classe dirigente che per età e formazione
non ha ancora colto il significato rivoluzionario ed epocale di Internet e si
limita ad associare la rete alla pornografia o alla prostituzione, sperando in
questo modo di esorcizzarla o di giustificare censure e burocratizzazioni.
Che i transumanisti non abbiano molto a che fare con lo stato orwelliano delle
censure e dei controlli, ma lo stiano piuttosto combattendo, è evidente per due
semplici ragioni. Primo, il Grande Fratello era già qui prima della nascita del
movimento transumanista. Secondo, se noi fossimo gli artefici dello stato
orwelliano, perché mai saremmo qui a parlarne? Non sarebbe forse più conveniente
rimanere nell’ombra a tramare? Diciamolo forte: la nostra presenza pubblica è la
prova più lampante che chi confeziona e diffonde teorie cospirazioniste nei
nostri confronti è fuori strada o in malafede. I nostri avversari sanno bene che
noi siamo qui per mettere in campo una controffensiva contro ogni tentativo di
ridurre la libertà degli individui e dei popoli. E una controffensiva possiamo
metterla in campo soltanto appropriandoci delle tecnologie, piuttosto che
cadendo vittime delle lusinghe luddiste. Se mai esistono delle élite malvagie
(non possiamo nemmeno escluderlo), queste avrebbero piuttosto interesse a tenere
la gente lontana dalla tecnica, dai saperi, dall’informazione. Perché la massima
di Francesco Bacone è ancora valida: sapere è potere.
Noi non invitiamo nessuno ad usare farmaci pericolosi o a installare microchip
sotto pelle. Noi diciamo soltanto che è ingenuo e controproducente cercare di
fuggire dalla tecnologia, o evidenziarne solo gli aspetti negativi, perché
questa scelta significa lasciare il potere agli altri. Non bisogna cadere nella
trappola delle sirene primitiviste. Chi diffonde la nostalgia di un passato
idilliaco che non è mai esistito o il desiderio di un impossibile e
filosoficamente infondato ‘ritorno alla natura’ indebolisce i popoli e li
consegna alla schiavitù. Bisogna invece conoscere il più possibile, essere
aperti al futuro, accettare l’idea che la libertà si conquista giorno per
giorno, a colpi di update e di upgrade.
Il fatto che ‘il sistema’ abbia tecnologie più avanzate è vero solo in parte.
Tutti vediamo che i tecnofili della rete sono molto più esperti della classe
dirigente del paese. Ma anche ammettendo che le élite abbiano accesso a
tecnologie migliori, a sistemi di comunicazione e di controllo più avanzati, non
bisogna scordare che le conoscenze, le informazioni, le abilità giocano ancora
un ruolo fondamentale. Un parallelo può aiutare a capire: se su una pista
automobilistica mettiamo due concorrenti, un pilota di formula uno su
un’utilitaria e un neopatentato su un bolide di formula uno, possiamo
tranquillamente prevedere che vincerà il primo, nonostante l’inferiorità del
mezzo. Questo perché la prestazione di una tecnologia dipende anche dalla nostra
capacità di usarla. Lo vediamo tutti i giorni. Un esperto di computer sa
ricavare da una macchina con sistema operativo e programmi obsoleti molto più di
ciò che un inesperto può ottenere da un computer di ultima generazione. Dunque,
sarà anche vero che “loro” (le famigerate élite che attentano alla libertà dei
cittadini, attraverso tentacolari ramificazioni nell’amministrazione pubblica)
possono spiare e controllare noi (i cittadini, il popolo), ma è anche vero che
‘noi’ possiamo spiare e controllare loro, possiamo fare sentire il fiato sul
collo a chi ci governa. E diffondere capillarmente notizie e informazioni
importanti, anche al di fuori dei canali istituzionali. La conoscenza è tutto,
l’informazione è tutto.
Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione sono perciò accolti con grande
favore dai transumanisti, nonostante le numerose insidie, perché favoriscono la
libera circolazione dell’informazione e della conoscenza, che prima erano
monopolizzate da centri di potere pubblici e privati. Se, in relazione ai beni
materiali e ai servizi, noi cerchiamo di andare oltre la tradizionale dicotomia
Stato-mercato, mostrandoci flessibili, riguardo all’informazione e alla
conoscenza abbiamo invece una visione decisamente più comunitaria. Non deve
sfuggire la differenza sostanziale tra beni materiali, come la terra e gli
immobili, e beni spirituali, come l’informazione e la conoscenza. Mentre il
passaggio di un bene materiale da un possessore ad un altro è a somma zero, nel
senso che impoverisce un soggetto nel momento in cui ne arricchisce un altro, la
libera circolazione dei saperi arricchisce chi li fa propri senza impoverire chi
li ha prodotti. Ecco perché sosteniamo senza reticenze la più libera e ampia
diffusione delle informazioni e della conoscenza, attitudine che caratterizza da
sempre le comunità scientifiche.
In definitiva, il nostro approccio è caratterizzato da criteri di valutazione e
d’azione provenienti da diverse componenti ideologiche del transumanesimo. A
sostenere l’importanza del mercato e della società aperta sono in genere gli
estropici, a sostenere l’importanza della giustizia sociale e dell’intervento
statale sono in genere i tecnoprog, a sostenere l’importanza di un approccio
comunitario e identitario sono in genere i sovrumanisti. Sia però chiaro che
nella nostra visione sintetica perdono centralità i tre grandi feticci delle
ideologie ottocentesche e novecentesche: il mercato, lo Stato, la razza. Perdono
vigore in nome di un valore più alto, l’evoluzione autodiretta. E vengono
ridotti a strumenti in relazione a questo valore. Non si dà sintesi autentica
senza superamento. In tutta sincerità, dei settari che guardano indietro non
sappiamo che farcene. Vogliamo menti aperte che guardano avanti e sono pronte a
mettersi in gioco, a mettere in comune i propri valori, senza pretendere che
debbano essere unici o dominanti.
Lotta per la laicità delle istituzioni e della cultura. Per quanto riguarda la
religione, la situazione è analoga. Gli atei e gli agnostici sono quasi sette su
dieci a livello mondiale, ma si deve anche considerare che è l’America ad alzare
notevolmente la media dei ‘credenti’. La percentuale dei non credenti cresce
infatti notevolmente in Europa e in Italia, raggiungendo la quasi totalità degli
iscritti. Non va infine scordato che buddisti, pagani e panteisti non credono
nel dio personale dei monoteismi e anche loro potrebbero essere quindi aggiunti
a questa categoria. Inoltre, solo l’1% pensa al transumanesimo stesso come una
religione. In questo quadro, si capisce quanto sia infondato il pregiudizio
cultista. La verità fattuale è un’altra: i transumanisti italiani ed europei non
sono semplicemente tolleranti verso tutte le religioni, ma anche tendenzialmente
indifferenti, se non diffidenti, verso le religioni dominanti. Questa
indifferenza si traduce sul piano pratico in attivismo laico o laicista.
Va anche evidenziato che la scelta dell’orientamento si è fatta da sola. Poiché
siamo stati duramente attaccati dalla Chiesa cattolica e dai politici ed
intellettuali filoclericali sin dalle nostre prime apparizioni pubbliche,
abbiamo attirato volenti o nolenti soprattutto atei, agnostici e neopagani, con
un orientamento generale di tipo laico o laicista. Ciò non significa che
intendiamo chiudere le porte a chi aderisce ad una religione. Il problema non
sono i postulati metafisici che permangono nella nostra cultura, il problema è
il costante tentativo di elevare questi postulati a posizione pubblica
dominante. La presenza dei cosiddetti ‘atei devoti’ dimostra tra l’altro che in
Italia non sono solo i cattolici integralisti a non riconoscere la necessità di
uno Stato veramente laico, ovvero che non accorda preferenze o privilegi ad
alcuna religione. Non stupisce allora che il transumanesimo, in questo quadro
desolante, sia stato subito additato dai filoclericali come una minaccia. Ed è
per questo che, per noi, la laicità delle istituzioni pubbliche e in particolare
di quelle strategiche per il nostro discorso – ovvero la scuola, l’università, i
centri di ricerca, la sanità, i comitati di bioetica – è una priorità assoluta.
Anzi, in una prospettiva pragmatica, siamo portati a preferire i cattolici
laicisti agli atei devoti. Perciò la linea di demarcazione resta per noi sul
fronte laicismo-clericalismo, piuttosto che sul fronte ateismo-teismo.
Ciò non implica negare che esistano problemi filosofici profondi che possono
generare conflitti fra il transumanesimo e il cattolicesimo. È chiaro che
abbiamo un’antropologia difficilmente compatibile con l’antropologia cristiana
e, in special modo, con quella attualmente sottoscritta dal Vaticano e da molte
sette evangeliche americane. Se per i cristiani l’uomo è fatto a immagine e
somiglianza di Dio e noi vediamo nietzschanamente l’uomo come qualcosa che dev’essere
superato, è evidente che il nostro discorso potrà integrarsi con il
cattolicesimo solo con grande difficoltà. Il problema non è tanto l’embrione o
il diritto alla vita, quanto l’idea che l’uomo possa cambiare se stesso e il
mondo seguendo la propria volontà, che possa assumere il proprio destino
impugnando la tecnoscienza, piuttosto che rimettersi alla fede e alla
provvidenza. Solo con una riforma radicale della propria dottrina, il
cattolicesimo potrebbe integrarsi con lo sviluppo in senso evolutivo dell’uomo e
delle sue tecnologie. Al momento, pare però che la Chiesa stia semmai facendo
macchina indietro, verso posizioni preconciliari e premoderne, piuttosto che
riformarsi. Ma questo non è affare nostro. Ciò che a noi interessa sottolineare
è che il pregiudizio cultista è falso. È del tutto fantasiosa l’idea di una
religione o di un settarismo transumanista, e a maggior ragione di tipo teista.
Il transumanesimo non è e non deve essere definito una religione, anche se nulla
vieta di interpretarlo come un’alternativa alla religione, oppure come una
visione che può trovare spazio all’interno di una dottrina religiosa.
Sebbene aperti al dialogo con chiunque, constatiamo al momento l’impossibilità
di un accordo di principio con le gerarchie ecclesiastiche, in special modo su
temi come la fecondazione assistita e la ricerca in campo biotecnologico. Tale
apertura è stata invocata da alcuni italiani che dicono di ispirarsi all’estropianesimo.
A noi non pare proposta ricevibile e, tra l’altro, nemmeno particolarmente in
sintonia con lo spirito estropico, considerando che Max More, il fondatore dell’Extropy
Institute, non ha mai fatto mistero delle sue posizioni non solo laiciste, ma
addirittura anticlericali e antireligiose.
Ora, non può darsi negoziato con le gerarchie cattoliche, se non altro perché
esse hanno dichiarato che i loro valori non sono negoziabili. Un negoziato
presume l’ipotesi di un compromesso, di un incontro a metà strada, ma se la
controparte assume di essere assolutamente dalla parte della ragione e non vuole
compromessi, che si discute a fare? In pratica quello che vogliono è una resa
incondizionata. E una resa incondizionata non ci sarà.
Lotta per l’affermazione di una concezione scientifica del mondo.
I transumanisti aderiscono a diverse dottrine epistemologiche. Fra noi, si
trovano empirio-criticisti e razionalisti critici, positivisti e pragmatisti,
empiristi logici e costruttivisti, induttivisti e deduttivisti, strumentalisti e
realisti, moderni e postmoderni. Ma quale che sia l’immagine della scienza che i
militanti sposano, condividono tutti la fiducia nella scienza – intesa nel senso
più ampio del termine, ovvero come quella forma di conoscenza che si fonda sugli
argomenti razionali e sull’evidenza empirica.
C’è chi concepisce la scienza come un valore in sé e chi come uno strumento, c’è
chi ne esalta le possibilità cognitive e chi invece la definisce in rapporto
alla sua capacità di fondare delle tecniche, ma fra i transumanisti non si
trovano negatori o avversari della scienza. E quando si parla di scienza non si
intendono ovviamente le pseudo-scienze, si fa riferimento a quella accademica e
ufficiale, quella accolta dalla comunità scientifica internazionale attraverso i
rigorosi processi di valutazione delle riviste specializzate e dei comitati di
esperti. Ciò pur nella consapevolezza delle disfunzioni o del conservatorismo o
del clientelismo che talora distorcono tali meccanismi, o rallentano
indebitamente l’affermarsi di nuove acquisizioni teoriche, metodologiche e
pratiche, soprattutto nell’ambito dell’accademia. La sintesi di tutte le nostre
posizioni filosofiche ed epistemologiche al riguardo va dunque nel senso di una
concezione scientifica del mondo.
Se così stanno le cose – e considerando anche che i leader del movimento
transumanista lavorano nelle migliori università e centri di ricerca del pianeta
– non si può non rimanere stupefatti di fronte alle accuse di ciarlataneria che
a volte vengono mosse contro la nostra visione. Ancora una volta, c’è
evidentemente un problema di comunicazione. A nostro avviso, il problema nasce
perché gli intellettuali transumanisti si occupano spesso e volentieri di
futurologia, cercano cioè di estrapolare gli sviluppi futuri dei trend ora
osservabili. Questa attività è del tutto lecita, ma l’effetto collaterale
indesiderato è che i media tendono a mettere in primo piano gli aspetti più
curiosi e sensazionali di dette speculazioni, piuttosto che tutto il lavoro
serio di ricerca che caratterizza l’attività quotidiana degli esponenti
transumanisti. Ecco perché è urgente dichiarare a chiare lettere che, per noi,
il confine tra scienza e fantascienza è ben definito. Un conto sono le teorie
scientifiche, un conto ben diverso sono le speculazioni futurologiche. Questi
due ambiti hanno funzioni diverse. La ricerca serve ad elaborare, arricchire e
approfondire la concezione scientifica del mondo, mentre la futurologia (che
scienza non è, perché si occupa di futurabilia, ovvero di fatti ed enti magari
possibili, ma non ancora esistenti) ha piuttosto la funzione di esplorare
possibili sviluppi futuri delle attività presenti. Senza certezza alcuna, senza
fideismi.
Poiché il transumanista ha ben chiaro il carattere ipotetico e speculativo della
futurologia e, ciononostante, sorgono continuamente equivoci, è necessario e
urgente adottare una nuova strategia comunicativa. D’ora in poi, ci faremo
premura di evitare le speculazioni troppo ardite nell’ambito di un discorso
pubblico, per evitare di fuorviare i non addetti ai lavori. Ancora una volta,
con questa scelta non facciamo altro che dare il dovuto risalto alla componente
maggioritaria del movimento transumanista. Si consideri il caso della diatriba
longevità-immortalità. Dai sondaggi emerge chiaramente che solo uno striminzito
7% degli iscritti crede nella possibilità dell’immortalità terrena, mentre il
93% crede nella ben più sobria prospettiva di un radicale allungamento della
vita media (un trend che tra l’altro è già osservabile), o di un’alterazione
dell’aspettativa di vita propria alla nostra specie. Come prima azione concreta,
per mettere in pratica la linea espressa da questo manifesto, i transumanisti
italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’.
Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo
programmatico. Si allontana troppo dalle possibilità ora indicate dalla scienza
ufficiale e accademica. Del resto, se anche allungassimo indefinitamente la
vita, resterebbero comunque molte possibili cause di morte, a partire da un
banale incidente stradale, per arrivare all’esaurimento del combustibile
nucleare del nostro sole. Se anche l’umanità o la postumanità abbandoneranno il
pianeta prima del suo collasso, non ci sono evidentemente certezze che ogni
singolo individuo potrà sopravvivere, o addirittura risorgere. Lasciamo dunque
alla fanta-scienza e alla fanta-teologia ipotesi come la trasformazione di tutta
la materia dell’universo in un unico essere divino e pensante.
Se proprio dobbiamo avventurarci in speculazioni futurologiche, ci pare più
plausibile lo scenario elaborato da Lyotard in Moralités postmodernes,
con i nostri successori costretti all’esodo per sopravvivere alla morte del
pianeta Terra, ma molto più simili a una carovana spaziale di spauriti cyborg e
mutanti, che ad una supermacchina divina contenente tutte le coscienze e capace
di espandersi trionfalmente oltre i confini della galassia. Per quanto più forti
e intelligenti degli attuali umani, gli esseri senzienti del futuro resteranno
comunque inevitabilmente più deboli delle potenze della natura. Il che rende
solo più interessante e degna di essere vissuta la loro sfida a queste ultime.
Per riassumere, solo quando una tecnologia esiste ed è provata sperimentalmente
entra a far parte della politica transumanista, e ne caratterizza il programma
d’azione – che in genere è teso a garantirne l’accesso ai cittadini. Fino a quel
momento può essere solo un’ipotesi di lavoro degli scienziati nei loro
laboratori o degli scrittori di fantascienza nelle loro opere letterarie. I
transumanisti sono pronti a riconoscere l’importanza anche di queste
speculazioni, perché aiutano a dare un senso e una direzione all’attivismo e
propongono una visione a largo respiro che permette di inquadrare i problemi del
presente in una prospettiva cosmica. Ma non possiamo basare le politiche del
presente su mere ipotesi futuribili come il mind-uploading o la Singolarità.
Riteniamo questo poco conveniente, anche perché rischierebbe di trasformare il
transumanesimo in un nuovo opium populi. Invece di lottare per ottenere
l’accesso a tecnologie reali, come la fecondazione in vitro, la clonazione, gli
arti cibernetici, gli organi artificiali, i farmaci genici, i cibi transgenici,
nuove fonti di energia, la connessione a banda larga, e via dicendo, i militanti
potrebbero limitarsi ad aspettare un’improbabile salvezza proveniente dal
Dio-Computer del futuro o la sconfitta della scarsità grazie all’avvento degli
assembler nanomolecolari. E, tra l’altro, senza preoccuparsi del contesto etico,
sociale, politico, nazionale ed economico nel quale la tecnologia si sviluppa,
ovvero del “quando” e del “dove” e del “per chi” degli sviluppi tecnologici
futuri, che sono ciò che fanno tutta la differenza per le persone concrete.
Concludere, per tornare all’azione
Non ci illudiamo affatto che, avendo reso pubbliche queste tre linee
programmatiche di lotta, cesseranno finalmente gli attacchi al transumanesimo.
Prevediamo anzi che prenderanno forme nuove, altrettanto intrise di pregiudizi e
falsità. Ma la cosa non ci preoccupa particolarmente. È la normale dinamica del
dibattito politico e culturale. Con questa constatazione infatti non vogliamo
assolutamente cadere nel vittimismo, atteggiamento che poco si accorda con il
nostro atteggiamento gioioso e battagliero, ma semplicemente concederci un po’
di ironia. Per avere invitato il popolo a diffondere i saperi, a resistere alle
censure, a combattere le esclusioni, adesso ci accuseranno di sovversione
antisistema. Per avere invocato la neutralità dello Stato sulle questioni
religiose, adesso ci accuseranno di laicismo fondamentalista. Per avere difeso
le possibilità cognitive della scienza e l’utilità delle sue applicazioni,
adesso ci accuseranno di scientismo ingenuo.
Scientismo è ormai diventata una brutta parola, quasi un’offesa, così come del
resto laicista o sovversivo. In genere, tanto la parola ‘laicista’ quanto la
parola ‘scientista’ sono seguite dall’aggettivo ‘ottocentesco’. Per dire che non
hanno più senso di essere, in quanto atteggiamenti superati. Peccato che chi
sbrigativamente relega nel ripostiglio della storia queste idee, lo fa in genere
in nome di idee ben più vecchie e ammuffite, come la dogmatica cattolica o il
creazionismo. Insomma, se un’idea è da scartare perché nata nell’Ottocento, di
un’idea che si è affermata nel quarto secolo che dovremmo fare?
Tra l’altro, mentre le religioni monoteistiche non possono cambiare in quanto
‘rivelate’, le filosofie evolvono, si adattano ai tempi, alle nuove conoscenze,
alle nuove sensibilità. Così, si è evoluta anche la concezione scientifica del
mondo. Se prima era ingenua, nel senso che assumeva la scienza capace di
arrivare a conoscenze certe e definitive che si accumulano nel tempo, ora è
diventata critica. Lo scientista ingenuo o acritico sosteneva che la
scienza è l’unica forma di conoscenza accettabile e che si deve necessariamente
applicare il metodo scientifico a qualsiasi aspetto della realtà. Lo scientista
critico afferma qualcosa di leggermente diverso, ovvero che esistono tante forme
di conoscenza, ma la scienza resta una forma legittima e anzi privilegiata di
conoscenza e, perciò, è lecito (anche se non necessario) applicare il
metodo scientifico a qualsiasi aspetto della realtà. Gli scientisti critici
rispettano anche la filosofia perché – a differenza dei loro antenati
ottocenteschi – sono consci che la stessa concezione scientifica del mondo è una
filosofia, fa parte della filosofia. In altre parole, hanno fatto tesoro delle
critiche postmoderne. Con i postmoderni di orientamento antiscientifico si sono
talvolta scontrati, ma proprio queste ‘science wars’ hanno consentito loro di
raffinare il pensiero. Così, come un esercito dopo la battaglia può anche
appropriarsi delle armi e delle insegne del nemico, molti ‘scientisti’ odierni
sono pronti a caratterizzarsi anche in senso critico e postmoderno. Se lo
scientista acritico del XIX secolo era convinto che possiamo sapere tutto con
certezza e lo scettico postmoderno del XX secolo era convinto che non
possiamo sapere niente con certezza, ecco che questo improbabile ircocervo
che è lo scientista critico del XXI secolo afferma semplicemente che possiamo
sapere qualcosa con sufficiente probabilità. Ma, nonostante questa potrebbe
idealmente rappresentare una sintesi nel campo metascientifico, è ben lungi da
noi l’idea di appiccicare qualsivoglia etichetta preconfezionata ai
transumanisti. Al contrario, è nostra ferma intenzione lasciare ad ognuno la
libertà di definirsi come meglio crede, purché aderisca ai tre punti cardine del
programma e contribuisca alla loro realizzazione.
Ci limitiamo solo ad un’ultima osservazione, prima di tornare all’azione. Se
qualcuno vorrà divertirsi ancora nel gioco dell’attribuzione di presunte essenze
al nostro movimento, sappia che piuttosto che essere tacciati di élitarismo
plutocratico preferiamo passare per sovversivi antisistema, piuttosto che essere
anche vagamente associati ad un culto pseudoreligioso preferiamo passare per
laicisti fondamentalisti, piuttosto che essere accusati di ciarlataneria
preferiamo passare da scientisti duri e puri. Nota: Estensore del manifesto è Riccardo Campa, presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti. Tra gli esponenti del movimento che hanno contribuito alla stesura del documento, proponendo suggerimenti, idee e correzioni, figurano in particolare Giuseppe Lucchini, Alberto Masala, Giulio Prisco e Stefano Vaj. Il manifesto è stato approvato e sottoscritto dal Consiglio Nazionale dell’AIT in data 11 febbraio 2008.
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Last modified: aprile 16, 2010 |