Angeli o demoni? Postumani
RobertoMarchesini: l’hi-tech ci sta colonizzando il corpo e l’anima
La Stampa - 12 settembre 2007
Roberto Marchesini
L’evoluzione tecnoscientifica ha profondamente mutato le coordinate di riferimento dell’uomo. Nella concezione tradizionale il «mondo era a misura d’uomo» - come osserva lo studioso Thomas Hughes - e strumenti e automatismi assumevano il profilo di una seconda pelle o di una dimora amniotica che esaudisce ogni desiderio. Non è più così. Le tecnologie informatiche, multimediali e le biotecnologie hanno aperto un nuovo spazio di ridefinizione della dimensione umana, a tal punto che molti scienziati sono concordi nell’identificare una nuova «età postumanistica».
La tecnologia non si adagia sull’uomo, ma lo mette in discussione. Se la condizione «post-human» è ancora da scoprire e presenta oggi connotazioni che attengono più alla fantascienza che alla scienza, è evidente che molto sta cambiando. Sotto scacco è finita quella concezione antropocentrica - di uomo come misura del mondo e come entità che si autorealizza - che stava alla base del pensiero umanistico. In questa cornice di pensiero la tecnica è sempre stata il modo attraverso cui la nostra specie realizza il proprio destino, enfatizzando le peculiarità che la rendono unica.
Fin dalle prime formulazioni, come quelle di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, l’identità umana si appella all’eredità prometeica per compiere le prestazioni che le altre specie raggiungono con le loro caratteristiche fisiche. Attraverso la tecnica l’uomo può così definirsi libero dalla declinazione funzionale del corpo e nello stesso tempo può raggiungere a differenza degli animali la «totipotenza». Questa idea di uomo è rappresentata da Leonardo da Vinci nella figurazione de «L’Uomo di Vitruvio», che può essere considerato il manifesto dell’umanismo. Adesso è questo paradigma a entrare in fibrillazione con il XXI secolo e più che di un «post-uomo» si deve parlare di un tramonto dei fondamenti umanistici che leggevano la tecnica come la nostra ancella.
Le tecnologie attuali e quelle che si preannunciano per il prossimo futuro collidono con le pretese umanistiche. E’ scorretto, infatti, considerarle semplici supporti, perché il più delle volte assumono aspetti pervasivi: si deve pensare alle tecniche di intervento sul Genoma oppure sull’embrione e anche alle protesi informatiche capaci di dialogare in modo diretto con il nostro sistema nervoso. In molti casi assistiamo a un ribaltamento del paradigma ergonomico e, così, è il corpo a darsi allo strumento o ad adeguarsi e non viceversa. Anche il concetto tradizionale di strumento, come «potenziatore» di qualità umane, non coglie il vero significato delle nuove tecnologie.
Le tecnologie non si limitano a magnificare le nostre prestazioni, ma le modificano, inaugurando «performances» nuove. La telefonia mobile e Internet, per esempio, determinano uno slittamento radicale della presenza comunicativa, passando dal vincolo dell’interazione individuale a una situazione plurima e indipendente: posso dialogare contemporaneamente con più persone in posti differenti.
Ma queste tecnologie impongono anche nuovi fini, perché gli strumenti rivestono i panni dei virus che, entrati nell’antroposfera, la modificano piuttosto che servirla come un soldatino.
E c’è poi un altro aspetto: mentre nell’impostazione umanistica lo strumento e la tecnica accrescono baconianamente il dominio dell’uomo sul mondo, oggi questa certezza vacilla. Lo sviluppo tecnoscientifico si rivela il migliore antidoto contro l’antropocentrismo, molto più efficace del sincretismo New Age. Mette in discussione l’idea di uomo come misura del mondo: si pensi come l’informatica ha permesso di svelare i «biases cognitivi» della nostra specie, gli errori che siamo spinti a compiere a causa della parzialità del nostro apparato logico.
Noi e la natura
Le tecnologie, quindi, realizzano un processo di «antropo-decentrismo». Se seguiamo questa interpretazione, si deve ammettere che la tecnoscienza, invece di separare noi e la realtà, fa convergere i due aspetti. La tecnosfera non realizza un mondo a misura d’uomo, ma rende l’uomo a misura di mondo.
Allo stesso tempo si modifica la concezione della macchina come entità sotto il controllo dell’uomo. Se già nel ‘94 nel saggio «Out of Control» l’americano Kevin Kelly preconizzava un’età in cui le macchine si sarebbero sottratte all’uomo, quattro anni dopo un ulteriore salto l’ha fatto Ray Kurzweil con «The Age of the Spiritual Machines». E ora anche l’ultimo dei tabù è caduto, quello della progettazione umana della macchina. Con gli algoritmi genetici e l’ingegneria proteica, su fronti opposti, l’uomo ha abdicato anche al concetto di invenzione.
Accelerazione crescente
Che cosa significa, allora, entrare in un’età «post-human»? Molte sono le idee. Se la tecnoscienza avanza con un’accelerazione crescente - al punto che Vernor Vinge ipotizza per la metà del XXI secolo un «effetto di singolarità», vale a dire un salto quantico nella condizione umana, dato dal convergere di più campi di ricerca - ci si può limitare a considerare questo caleidoscopio come un luna park di possibilità?
In realtà è ovvio che la metamorfosi antropologica non è solo questione di potenzialità operative. Lo sviluppo della tecnoscienza fa comprendere il nesso che ci lega a doppio filo ai non-umani e non il contrario e per questo è necessario evitare di cadere nell’«iperumanismo», vale a dire l’indifferenza nei confronti del mondo che considera l’uomo come unico portatore di valore.
Se l’«iperumanismo», peraltro, è la conseguenza dell’incapacità di riformulare le coordinate interpretative della tecnologia, un altro modo per affrontare questi problemi è rappresentato dalla filosofia «transumanista», che auspica un vero e proprio salto dell’uomo nel post-organico che di fatto gli assicurerebbe una sorta di vita eterna.
Significato salvifico
In questa visione la tecnologia assume un significato salvifico, in ossequio alla pretesa antropocentrica di rendere l’uomo sempre più divergente dalla natura. L’universo «transumanista» è a dire il vero più composito nelle proposte, ma si legge in filigrana, ancora, l’idea di un uomo enucleato dal mondo attraverso la «technè».
La possibilità di trasferire la mente in un pc o di realizzare un corpo inorganico o di uscire dalle coordinate di specie insiste sull’idea della tecnologia come un mezzo assoluto, che assicura all’uomo un percorso autonomo. Gli obiettivi della soggettività transumanata, tuttavia, restano spesso i luoghi comuni dell’angelico e dell’eterno, con la trasformazione della tecnologia in mezzo per una visione celebrativa e solipsistica dell’uomo.
E’ una lettura antitetica all’impostazione postumanistica, che invece legge l’hi tech come partner, capace di allargare la nostra dimensione attraverso l’integrazione con ciò che non è umano.
* Roberto Marchesini, etologo, è professore di Zooantropologia e benessere animale all'Università di Milano, di Etologia all'Università di Padova e di Aspetti comportamentali negli animali all'Università di Bologna.