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Viviamo già nell'era del Matrix

Passata la stagione di fuoco delle avanguardie è rimasta solo la fantascienza a custodire il fuoco faustiano racchiuso nel sogno postumano.

Il Secolo d'Italia - 20 maggio 2007

Adriano Scianca

 

L'uomo? È un qualcosa che deve essere superato, diceva Friedrich Nietzsche. Martin Heidegger, dal canto suo, rincarava la dose: al giorno d'oggi l'umanità non è più la soluzione, ma il problema. Ora, che la nostra civiltà sia già in prossimità di questo passaggio epocale è forse dubbio (ma per quanto ancora reggerà quest'incertezza?). Che, invece, la questione di un'eventuale post-umanità si affacci con sempre maggiore intensità nel dibattito scientifico e filosofico appare cosa certa.

I segnali, a questo riguardo, sono inequivocabili. «Il rapporto tra l'uomo e il suo ambiente, l'origine della vita e delle varie specie, l'ereditarietà, l'antropologia, la riproduzione, la selezione, la sanità, la demografia, rappresentano altrettanti argomenti "sensibili", che dopo la rimozione freudiana di buona parte della fine del secolo scorso ritornano oggi prepotentemente alla ribalta», nota Stefano Vaj nel suo libro sulla Biopolitica - edito da Barbarossa ed oggi integralmente on line [ + ] . Per farsi un'idea di quanto tali problematiche agitino il dibattito contemporaneo basta farsi un giro nella rete, dove troviamo ad esempio l'attivissimo movimento transumanista [ + ] , capeggiato in Italia dal brillante filosofo Riccardo Campa, già animatore di un circolo neo-futurista e tornato anche di recente a rivendicare la natura prettamente nietzscheana delle trasformazioni oggi in atto. «Serve un progetto», ha chiarito Campa in una recente intervista, «E noi abbiamo un progetto. Qui non si tratta di vivere squallidamente una vita un po' più lunga. Si tratta appunto di dare alla specie umana una scossa, uno scopo eroico, titanico, prometeico».
Ma pensiamo anche alla puntata sul nostro destino mutante mandata in onda appena qualche giorno fa dal programma La storia siamo noi, di Gianni Minoli.

Oppure osserviamo il programma del Festival della filosofia appena conclusosi presso l'Auditorium romano, dove la biopolitica e la problematica tecnologica in senso lato l'hanno fatta da padrone. Ne è un esempio la conferenza del filosofo tedesco Peter Sloterdijk, che qualche anno fa aveva creato scompiglio negli ambienti del progressismo bioetico con le sue Regole per il parco umano.
Ma, sempre nella kermesse romana appena terminata, assolutamente centrale in relazione a tale ordine di problemi è stata soprattutto la conferenza dall'emblematico titolo L'uomo è antiquato? Umano e postumano, svoltasi sabato pomeriggio con la partecipazione di Roberto Esposito, Carlo Formenti, Giacomo Marramao, Raffaele Simone e Emanuela Fornari. Un parterre di prim'ordine, che, nonostante un titolo che strizza esplicitamente l'occhio al tecnoapocalittico Gunther Anders, ha dato vita a riflessioni piuttosto complesse e non inutilmente allarmistiche, nel tentativo di sviscerare la problematica del postumano in tutta la sua complessità.

Tanto Esposito che Marramao, ad esempio, hanno notato come la natura umana presenti una tecnicità originaria che retroagisce sul soggetto, rendendo quindi vano ogni presunto ritorno all'autenticità. Ovvero: ogni tecnologia è già da sempre bio-tecnologia, e l'essere umano è già da sempre avanti a se stesso (Heidegger), sparato nel futuro come un proiettile (Sloterdijk). In questo quadro, assolutamente centrali appaiono anche gli interrogativi di Emanuela Fornari circa la portata politica della questione postumana, che per sua natura non può che rimettere in questione l'idea di un individuo proprietario di sé à la Locke.

Il che suggerisce l'urgenza di nuove categorie ermeneutiche con cui far fronte alle trasformazioni prossime venture. Categorie scientifiche, filosofiche, politiche, etiche, ma forse anche e soprattutto estetiche. Che immaginare il postumano possa aiutarci a scampare il disumano? È altamente probabile. A questo punto, la mente non può che andare al futurismo ed alle trasformazioni oltre il limite dell'umano del marinettiano Mafarka. Del resto, era appena il 1910 quando il poliedrico artista italiano invitava a preparare «l'imminente e inevitabile identificazione dell'uomo col motore».

Passata la stagione di fuoco delle avanguardie, tuttavia, è rimasta solo la fantascienza a custodire il fuoco faustiano racchiuso nel sogno postumano. Il riferimento obbligato, ovviamente, è all'insuperato cultmovie fantascientifico di Ridley Scott Blade Runner e ai suoi replicanti che hanno visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, unici eredi degli umani sogni di grandezza sullo sfondo di un'umanità reale fin troppo decadente. Interessante, a questo proposito, la brillante intuizione del giornalista Carlo Formenti il quale, sempre al convegno dell'Auditorium, ha fatto notare come persino in The Matrix, film manifesto della rivolta umanistica contro le macchine dominatrici, l'impegno rivoluzionario dei ribelli sia comunque già impregnato di fascino tecnoscientifico e postumano, con i grattacieli saltati in un solo balzo e il download di arsenali mastodontici pronti all'uso. Ma anche nella saga degli X-Men, lo spettatore è tendenzialmente portato a simpatizzare con la titanica condizione dei mutanti, piuttosto che con il borghese desiderio di normalizzazione che di tanto in tanto emerge nella storia.

Sull'importanza di un estetica tecnologica ha lungamente insistito anche Guillaume Faye, che sin dagli anni '80 ha cercato di sottrarre la tecnica al mero dominio dell'utilitario e dell'economico, per poi ricordarci anche nel recente Archeofuturismo che «l'aviazione, i vettori spaziali, i sottomarini, l'industria nucleare sono nati da fantasticherie razionalizzate in cui lo spirito scientifico ha realizzato il progetto dello spirito estetico». Insomma, i sogni, soprattutto quando sono ad occhi aperti ed affondano le radici nel nostro ricco passato mitico, non aiuteranno forse a vivere meglio, come nella soporifera retorica marzulliana, ma di certo possono indicarci la direzione del nostro futuro.

Ovviamente, si può sempre osservare che ciò che è sogno può facilmente trasformarsi in incubo, e il sogno postumano certo non fa eccezione. E tuttavia, non si intravede all'orizzonte alcuna soluzione possibile a tali complicatissime questioni che non passi per un surplus di responsabilità, conoscenza e decisione politica forte. Nota, esattamente in quest'ottica, Stefano Vaj nel suo saggio già citato: «La biopolitica pone comunque la civilizzazione contemporanea in via di diventare globale di fronte a sfide inumane. Rifiutarsi di affrontarle delegando le relative responsabilità al meccanismo impersonale del mercato, o tentare di negarle attraverso tipici meccanismi di rimozione, proibizionismo e repressione, conduce [...] ad una prospettiva propriamente disumana. A tale prospettiva possono unicamente essere opposte scelte consapevolmente tragiche e sovrumaniste, il salto di qualità di un nuovo inizio tramite cui prendere in mano il proprio destino per mille anni, anzi, per intere ere». E chissà che un domani, accanto al cyberfemminismo di Donna Haraway, non possa sorgere un cyber-identitarismo, in grado di ridefinire noi stessi ed il nostro rapporto con la tecnica in un contesto che sia radicato anziché apolide.

Da: Il Secolo d'Italia - 20 maggio 2007

 

 

 

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