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Jesse, l’uomo bionico sognato da Marinetti

Il Secolo d'Italia - 24 settembre 2006

Adriano Scianca

 

Forse non ce ne siamo accorti, ma quando qualche giorno fa Jesse e Claudia si sono stretti la mano la storia, in qualche modo, ha compiuto un sommovimento epocale. Eppure Jesse e Claudia non sono grandi politici, big della finanza o capi guerriglieri: lui è un ex elettricista, lei un ex soldatessa. Solo – ed è questo il punto – tanto a Jesse che a Claudia sono state amputate le braccia. Gli arti con cui i due si sono scambiati il gesto di intesa sono in tutto e per tutto artificiali. Delle braccia bioniche.

Jesse e Claudia, infatti, sono rispettivamente il primo uomo e la prima donna ad aver sperimentato su se stessi la rivoluzionaria tecnologia del dottor Todd Kuiken del Rehabilitation Institute di Chicago. Lui, 59 anni, era un elettricista del Tennessee. Nel 2001, in seguito ad una gravissima ustione i medici hanno dovuto amputargli entrambe le braccia fino alla spalla. Lei, 26 anni, è un'ex marine che ha perso il braccio sinistro dopo una caduta dalla motocicletta in Arkansas. I loro nuovi arti rispondono direttamente agli stimoli del cervello, dando la possibilità di eseguire quattro movimenti (contro i ventidue di un braccio naturale). Presto però, assicura Kuiken, le prestazioni miglioreranno e l’interazione braccio-mente diventerà anche biunivoca, permettendo ai due possessori delle protesi di percepire la sensazione del tatto.

Storie come queste hanno se non altro il pregio di non lasciare indifferenti. E di metterci di fronte a quesiti fondamentali: quanto puoi aggiungere di meccanico ad un uomo per chiamarlo ancora “uomo”? A pensarci bene un brivido corre lungo la schiena e le gambe tremano. Sappiamo la risposta? Meglio: siamo pronti per essa?

In verità, la nostra mente snervata da troppa televisione non ha difficoltà a rintracciare riferimenti utili per inquadrare l’episodio: come non pensare, ad esempio, alla serie televisiva americana degli anni Settanta “The Six Million Dollar Man” ed alla faccia inespressiva del colonnello Steve Austin, alias Lee Majors. Oppure, per avvicinarci ai giorni nostri, torna alla mente il ferocissimo golem redivivo nel cyborg palestrato del primo e più riuscito Terminator. Due modi opposti di raccontare l’interazione uomo-macchina, forse uniti sotterraneamente da un’ispirazione buonista e politicamente corretta, se è vero che in entrambi i casi è comunque la placida esistenza dell’americano medio che trionfa, indipendentemente dal fatto che ciò avvenga grazie alla tecnica o contro di essa.

Tutt’altre atmosfere le ritroviamo piuttosto in Blade Runner, l’insuperato cultmovie fantascientifico di Ridley Scott. Il fascino faustiano del replicante Roy Batty, interpretato magistralmente da Rutger Hauer, dischiude veramente un modo nuovo di rapportarci alla tecnica e al nostro destino che con essa viene perennemente rimesso in gioco. Immerso in un’umanità globalizzata, alienata e decadente, il replicante assume qui le sembianze dell’unico essere autenticamente umano. Tutti presi a campare squallidamente alla giornata nelle loro brulicanti metropoli, gli uomini non vivono più appieno le proprie esistenze, sono ormai solo i replicanti ad andare alla ricerca di un senso, di un destino, di un bagliore eroico, di un istinto di libertà. Figure europee, troppo europee, i replicanti incarnano il sogno tragico ed omerico di un’esistenza breve – forzatamente, nel loro caso di macchine a morte programmata – ma carico di senso. Loro “hanno visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare”.

Certo, il goffo e primitivo braccio bionico di Claudia Mitchel sta alle mirabolanti evoluzioni dei replicanti di Ridley Scott più o meno come la locomotiva del celebre cortometraggio naif dei fratelli Lumiére sta agli effetti speciali di Matrix. Del resto da qualche parte si deve pur cominciare e se la fantascienza ha un senso, questo è senz’altro dato dalla capacità di immaginare, attingendo magari a valori ancestrali ed arcaici, il futuro che la scienza tenta prosaicamente di mettere insieme passo dopo passo.

Ma se è di “anticipazione” e di messa in forma mitica degli algidi algoritmi bioingegneristici che si sta parlando, allora la palma della provocazione più visionaria e precoce va, più che a Ridley Scott, a Filippo Tommaso Marinetti. Ed in effetti è proprio il genio futurista quello che prima e meglio ha sondato i fondali inesplorati della modernità, scorgendovi, inespresse, le possibilità del mito. In un incredibile saggio del 1910 su “L’Uomo Moltiplicato ed il Regno della Macchina”, ad esempio, gran parte delle problematiche biopolitiche attuali sono anticipate con lucidità sorprendente. “Bisogna preparare”, dice Marinetti, “l’imminente e inevitabile identificazione dell’uomo col motore, facilitando e perfezionando uno scambio incessante di intuizione, di ritmo, d’istinto e di disciplina metallica”; “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono le ali”. Il risultato di un simile sforzo demiurgico e sovrumano dovrà essere l’Uomo Moltiplicato, il “tipo non umano e meccanico” che “non conoscerà la tragedia della vecchiaia”.

Merita di essere sottolineato il fatto che tali parole assolutamente profetiche, oltre che essere in siderale anticipo rispetto alle suggestioni cyberpunk di fine novecento ed alle problematiche transumaniste del nuovo millennio, abbiano addirittura anticipato quella Grande Guerra pure così determinante nell’avvicinare uomini come Jünger alla questione della tecnica moderna e della sua capacità di “mobilitazione totale”. Il che testimonia una volta di più l’originalità e l’attualità di certe correnti d’avanguardia troppo sbrigativamente accantonate per far posto a postmodernismi modaioli che hanno detto, dopo e peggio, le stesse cose. Chissà che invece non sia proprio grazie a Marinetti e ai futuristi che in un domani ormai prossimo venturo non si possa andare alla ricerca del nostro destino “al largo dei bastioni di Orione”.

Da: Il Secolo d'Italia - 24 settembre 2006

 

 

 

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