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Antiseri: Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale

Come Antiseri contesta l'antirelativismo - il fondamentalismo razionalistico - di Ferrara.

Il Foglio - 19 ottobre 2005

Dario Antiseri

 

Ho trovato condivisibili, nei mesi scorsi, le posizioni assunte da Giuliano Ferrara in difesa della vita umana fin dal suo concepimento. Trovo motivate le sue considerazioni sui tratti identitari dell’Europa. Considero giustificata la diagnosi da lui sviluppata – nell’articolo “Mettere in dubbio il dubbio” – su una umanità minacciata dall’ingegneria genetica. La possibilità di fare un uomo a immagine e somiglianza “dei sogni e degli incubi” dell’uomo stesso entra in contrasto con l’idea di uomo creato a immagine e somiglianza di Dio e “trasforma l’uomo faber in uomo divino”.

Scrive Ferrara: “La grande giornata della scienza come scienza dell’uomo, una volta trasformata al suo tramonto in tecnica del transumanesimo, ci ha immesso nella notte del dubbio universale: sappiamo chi siamo, perché pensiamo, e sappiamo pensare e trasformare il mondo fino all’ultima stilla di materia, fino alla legge della materia vivente, ma non sappiamo più che cosa dobbiamo essere, che cosa dobbiamo fare. Non è una questione di morale, di valori, è una questione di conoscenza e di ragione”.

No, qui non sono affatto d’accordo, giacché quel che dobbiamo essere e quel che dobbiamo fare è esattamente una questione di morale e di valori.

Certo, è ben vero che la bomba del nostro secolo, rappresentata “dalla biogenetica nella forma della tecnica genetica”, “ha una forza devastante infinitamente superiore a quella dell’atomica”. Ma con quali mezzi, allora, sarà possibile opporsi a questa imponente forza devastatrice? Come far fronte a quel che Ortega y Gasset, in altro contesto, ha chiamato “terrorismo dei laboratori” e “tirannia dei Soviet sperimentali”?

Di nuovo Ferrara: “Siamo stati raggiunti e catturati dalle conseguenze del nostro potere e non abbiamo ancora il potere di reagire. Siamo eredi del progetto umanista e ateo, ne siamo dunque anche i curatori testamentari”. E dinanzi ai tragici fallimenti della presunzione umana, Ferrara punta a una conoscenza etica capace di stare alla pari con il potere tecnico. E questo, a suo avviso, gli uomini “non possono farlo se non arrivano a distinguere razionalmente il bene e a riconoscerne l’essenza”.

Ancor più chiaramente: “Di fronte alla libertà di fare, di fabbricare e predestinare l’esistenza umana biologica, che è libertà di abolire la libertà, bisogna che il dubbio etico relativista si scuota e opponga la ricerca di un fondamento assoluto, di un limite assoluto, di un mistero assoluto, all’assoluto innaturale che ci insegue, anzi ci bracca e ci ha già agguantati”.

Questa è, dunque, la terapia proposta da Giuliano Ferrara per i mali – reali e gravi – del nostro tempo: mettere in dubbio il dubbio, e opporre al dilagante relativismo valori etici assoluti razionalmente fondati.


* * *

A parte il fatto che la “presunzione fatale” di essere in possesso di verità ultime e definitive, di considerarsi interpreti legittimati di valori esclusivi, di conoscere l’essenza del bene e quella del male, di sapere in che cosa consiste la società perfetta, è la prima tra le cause per cui la terra è inzuppata dal sangue di milioni e milioni di vittime innocenti, chiedo a Ferrara: è possibile per un essere razionale, pena la perdita della sua stessa umanità, mettere in dubbio il dubbio? È possibile la fondazione razionale di un’etica assoluta? E aveva torto quel santo anacoreta il quale affermò che “se non hai dubbi non hai fede”?

La ricerca scientifica vive in un mare di dubbi. Le teorie scientifiche, anche le meglio consolidate, sono sempre sotto assedio. Albert Einstein: “Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste autorità umana; e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dèi”.

Eliminare il dubbio dalla ricerca scientifica equivarrebbe a cancellare la ricerca stessa. Ma, ovviamente, non è dalla ricerca scientifica che Ferrara vorrebbe eliminare il dubbio. Quello che egli ha a cuore è un’etica assoluta razionalmente fondata, in grado di spazzare via la peste del relativismo.

Ebbene, se questo è il suo intento, allora almeno due domande diventano inevitabili: a) su quali basi razionali è pensabile una fondazione assoluta di questo o quel valore?, b) il relativismo è davvero la patologia dell’Europa o, invece, se bene inteso, ne costituisce la fisiologia?

Il pluralismo delle concezioni etiche, delle visioni filosofiche del mondo e delle fedi religiose è un dato di fatto. Scriveva Pascal: “Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide della verità […] Singolare giustizia che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là […] Il furto, l’incesto, l’uccisione dei figli o dei padri, tutto ha trovato posto fra le azioni virtuose”.

Indifferenza, convivenza, tolleranza reciproca, ma anche conflitti e talvolta tragedie segnano i rapporti storici tra i diversi gruppi umani: diversi soprattutto per concezioni etiche, prospettive filosofiche o religiose della vita, per conseguenti organizzazioni della vita associata. Non sono mancate, fortunatamente, anche contaminazioni felici. In ogni caso, il pluralismo delle concezioni etiche resta un innegabile dato di fatto.

Di fronte a siffatta realtà c’è chi afferma che un sistema etico vale l’altro, che tutti i sistemi etici sono uguali, che niente vale, e cioè che nessun valore vale davvero. Questa concezione del relativismo, questo “lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina” – per usare un’espressione di denuncia dell’allora cardinale Ratzinger – è la tipica concezione scettica del dogmatico deluso e non coglie certamente il punto di fondo del pluralismo, in quanto la prima cosa che emerge dal pluralismo delle concezioni etiche è che queste non sono affatto tutte uguali quanto piuttosto sono tutte diverse: “Ama il prossimo tuo come te stesso” è cosa ben diversa dall’imperativo: “occhio per occhio, dente per dente”.

Stabilito, però, che le concezioni etiche sono contenutisticamente diverse, l’ulteriore irreprimibile domanda è la seguente: abbiamo a disposizione un criterio razionale, valido erga omnes, per decidere quale etica sia migliore in quanto razionalmente fondata?

Ebbene, un interrogativo del genere, nucleo di ogni teoria dell’etica, non può ricevere una risposta positiva, se regge la “legge di Hume”. La legge di Hume ci dice che dalle descrizioni non sono logicamente derivabili prescrizioni, con la conseguenza che i valori di un sistema etico, i principi fondamentali, risultano fondati, in ultima analisi, sulle scelte di coscienza di ogni singola persona e non su argomentazioni di natura razionale.

Certo, esistono scelte a occhi chiusi e scelte a occhi aperti, e queste ultime sono quelle scelte che si fanno ponendo attenzione continua alle conseguenze dei principi abbracciati, per cui questi si accettano per la ragione che se ne accettano le conseguenze, solo che l’accettazione delle conseguenze è anch’essa oggetto di scelta.

In questo senso la “legge di Hume” è la base logica della libertà di coscienza. La scienza sa e l’etica valuta; esistono spiegazioni e previsioni scientifiche, ma non esistono spiegazioni e previsioni etiche – esistono valutazioni etiche. L’etica non è scienza; l’etica è senza verità. Da tutta la scienza non possiamo estrarre un grammo di morale.

Inevitabile è, pertanto, la scelta dei valori supremi – di quei valori “per i quali si può vivere o morire” – e questa è una scelta che trova la sua base non nella scienza, ma nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna. Pluralismo, dunque scelta; scelta, dunque libertà; libertà, dunque responsabilità.

È falso, pertanto, sostenere che tutte le etiche sono uguali; ma è difficile dar torto a coloro che affermano che i valori supremi non sono né teoremi “dimostrati” né assiomi “autoevidenti” e “autofondantisi”.

E, allora, se per relativismo si intende la nonfondabilità razionale dei valori di fondo dei differenti sistemi etici, il relativismo è forse evitabile? Non è esso un tratto costitutivo della “società aperta”? Aveva torto Kelsen allorché affermò che “il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone”?

Stanno qui le ragioni per cui io intendo contestare a Giuliano Ferrara il suo fondamentalismo razionalistico: non un uso, ma un abuso della ragione.


* * *

So bene che una schiera, che sempre più si ingrossa, di antirelativisti, assertori di assoluti terrestri, si straccia le vesti di fronte a una simile posizione. Comprendo le loro preoccupazioni e i loro timori; non condivido, però, le loro soluzioni.

E a Giuliano Ferrara e a quegli amici cattolici i quali, invece di rendere chiare le ragioni e le conseguenze della scelta di fede, si affannano a dimostrare, con il solo aiuto della ragione, al di fuori dell’annuncio di fede, la validità di valori supremi, vorrei chiedere: un cristiano che pensa di poter conoscere e fondare razionalmente principi etici assoluti non è forse caduto nella tentazione del serpente “eritis sicut dei cognoscentes bonum et malum”?

Così, tanto per esemplificare, l’idea di persona sacra e inviolabile sin dal concepimento è un messaggio religioso o un esito di qualche elucubrazione filosofica? Per un cristiano, ciò che è bene e ciò che è male lo stabilisce il Vangelo o la ragione umana? E se lo stabilisse la ragione umana, non dovremmo allora dare ragione ai sostenitori della “dea Ragione”, per i quali “mestier non era parturir Maria”?

Per un cristiano solo Dio è assoluto, per cui tutto ciò che è umano non può essere che storico, contestabile, non assoluto, relativo. Il cristiano, pena la sua metamorfosi in idolatra, può predicare l’assolutezza di qualche cosa umana, compresi lo Stato e magari proposte etiche presunte razionali? Certo, aveva ragione Thomas S. Eliot ad affermare che “se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura”. Ma il messaggio cristiano, per chi crede, non è frutto di cultura, non può essere ridotto a umana cultura né trasformato in instrumentum regni.

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Dario Antiseri, cattolico, è affermato studioso di filosofia e ordinario di metodologia delle scienze sociali presso la facoltà di scienze politiche della Luiss.

Da: Il Foglio - 19 ottobre 2005

 

 

 

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