Rassegna stampa: elenco

 

C’è una nuova cavia, si chiama uomo

Il "post-umano" è stato preparato dai filosofi della decostruzione come Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Michel Foucault. È sostenuto dalle femministe radicali come Donna Haraway e Rosi Braidotti. Alimenta il movimento cyborg. Il «trans-umanismo» la terra promessa dai californiani Max More, Ray Kurzwell e Marvin Minsky, nella quale secondo Jongen si articola l’avanguardia di un’umanità impegnata a ergersi da soggetto a progetto.

Avvenire, 3 novembre 2005

Pier Luigi Fornari

 

«L’operatore abbassò la leva che collegava i computer di tutto l’universo attivando un unico supercervello. Gli fu posta la prima domanda: "C’è un dio?". La voce potente della macchina rispose senza esitare: "Sì, ora un dio c’è". L’operatore intuì cosa stava accadendo, e si slanciò per disattivare il contatto, ma un fulmine lo incenerì, inchiodando la leva per sempre al suo posto».
È la parafrasi di un breve racconto di fantascienza dello scrittore Fredric Brown (1906-1972).

Il suo intento dovrebbe essere umoristico. Ma l’ironia diviene assai amara alla luce di una recente attualizzazione di uno degli ultimi "oracoli" di Martin Heidegger, «Solo un dio ci può salvare» (1966): «Il solo dio che ci può salvare non è un dio morale, un dio "ex machina", ma è "dormiente", in nessun altro luogo che nei circuiti cognitivi che la sperimentazione cibernetica attiva nei laboratori», ha infatti scritto il filosofo tedesco Marc Jongen nel lungo articolo «L’uomo è il suo proprio esperimento», comparso nel numero 33 del 2001 del settimanale tedesco Die Zeit. Un testo che ha suscitato critiche anche in Italia. Proprio citando il pensatore tedesco nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei del 19 settembre scorso, il cardinale Camillo Ruini ha messo in guardia contro la teorizzazione del superamento del soggetto umano mediante le biotecnologie: «Occorre aver chiaro – disse il presidente dei vescovi italiani – che gli sviluppi delle biotecnologie possono indirizzarsi, come già avviene in larga misura, su una strada che prescinde dall’indole specifica del soggetto umano, o anzi espressamente la nega e la contesta, considerando l’uomo soltanto un essere della natura e giungendo anche a teorizzare il superamento del livello attuale dell’umanità proprio attraverso il ricorso alle biotecnologie».
Una lettura completa dell’articolo (che Ruini definì «rivelatore») non solo giustifica questi appunti, ma li rafforza.

A cominciare dal fatto che Jongen, collaboratore scientifico della «Hochschule für Gestaltung» di Karlsruhe, prende le difese del rettore di quell’Istituto, Peter Sloterdijks, intellettuale accusato di fascismo da Jürgen Habermas. Sloterdijks si è conquistato grande popolarità anche grazie allo scalpore suscitato dal discorso che pronunciò nel castello di Elmau nel 1999. Jongen liquida le critiche mossegli come «reazioni isteriche», e comunque «solo uno scotto da pagare per la schiettezza di un pensiero che vuole essere all’altezza del tempo». Non deve ingannare il fatto che Sloterdijks opera una critica spietata del consumismo borghese, né che Jongen accusi di «ipocrisia» gli argomenti etici usati dal cancelliere tedesco uscente Gerhard Schröder a favore di un’indiscriminata apertura alla sperimentazione genetica (l’assicurazione del lavoro e del benessere per le nuove generazioni). Il superamento di una difesa del soggetto personale, secondo Jongen, non può essere giustificato con «gli ultimi sussulti storici dell’umanesimo».
Ma la sua critica all’individualismo borghese non ha niente a che fare con quella che ha animato l’opposizione ai quesiti dell’ultimo referendum. Significativo è il suggerimento del pensatore tedesco al Comitato nazionale di bioetica del suo Paese: «Non possiamo non fare nulla. Non ci è più consentito di non volere ciò che possiamo fare». A suo avviso lo sviluppo senza limiti della tecnica, come direbbe anche Emanuele Severino, è «una fatalità».

Così l’individualismo e l’eugenetica liberale mostrano il loro vero volto totalitario. In questo caso, è il totalitarismo dell’evoluzione della specie. In altri termini, si esplicita quella dimensione analizzata dal documento del Pontificio consiglio della cultura sul New Age applicato non più in chiave ecologica, come nell’«ipotesi di Gaia» (la terra, Gaia, sarebbe la nostra madre e ognuno di noi un neurone del suo sistema nervoso centrale) ma sulla base dell’ingegneria genetica e della tecnica informatica. «L’uomo si deve riappropriare di sé», sostiene Jongen. Una simile riappropriazione è però «un paradosso», perché questo non farà emergere un possessore di sé medesimo «felice», ma significherà «la progressiva dissoluzione dell’uomo, ossia la sua virtualizzazione». Le etiche delle culture superiori finora sviluppate, aggiunge il filosofo, non sarebbero più in grado di dare risposte ai problemi aperti dalla tecnica: «L’attuale dibattito sulla genetica è un sintomo di un cambiamento di mentalità di portata epocale».

Il paradigma umanistico con cui Robert Spaemann condanna «l’uso di uomini come mezzi per gli scopi di altri uomini» a sentire Jongen non avrebbe più «forza di convincimento»: «L’ovvietà con cui (Spaemann) concepisce l’offesa alla dignità umana come un’obiezione etica, un incondizionato motivo di proibizione di quei procedimenti – spiega Jongen – da molto tempo non è più ovvia», perché il terreno sul quale poggiava la tavola di valori umanistico-cristiani è «talmente eroso che sotto di esso si è aperto un abisso». Insomma, con questo cambiamento di paradigma «giunge alla sua fine definitiva nientemeno che il ciclo di una cultura superiore, codificato metafisicamente, un arco di tempo durato millenni». Non sarebbe allora esagerato parlare di «una nuova era del mondo»: secondo questa impostazione di pensiero è al capolinea una cultura in cui l’uomo si collocava nel pianeta come «soggetto», sottomesso a un essere oggettivo compiuto in sé, vale a dire "perfetto".

Nel pensiero di Jongen emerge anche una componente esoterica. A suo giudizio l’unico filone cui ci si potrebbe riallacciare di fronte a questo cambiamento epocale sarebbe infatti costituito dall’altra faccia dell’umanesimo del Quattrocento, cioè un’interpretazione secolarizzata della dignità umana, alla luce della «potenza creatrice»: «Ciò che la natura ha iniziato, l’arte deve completare». È la strada della intelligenza creatrice, che cioè crea se stessa: in questo senso – come recita il citato titolo dell’articolo di Jongen – «l’uomo è il suo proprio esperimento». A quale prezzo, però? Quello di perdere la propria dimensione specificamente umana a favore dell’informazione, vale a dire del codice genetico. Infatti l’alternativa persona-cosa – come nel caso dell’embrione – viene superata conferendo proprio a una terza figura, l’informazione, la dignità che era propria dell’uomo. Ma se la mente è solo informazione, la logica conseguenza è che essa può essere trasposta da un supporto materiale a un altro. Le biotecnologie dunque servono in qualche modo a mettere a punto l’uomo concepito come supporto (ormai assimilabile all’hardware di un computer) sulla base di un continuo scambio informativo. Del resto, tutta la natura è immaginata da Jongen non più come un cosmo ordinato dalla legge bensì «come materiale imperfetto ancora da informare per future manipolazioni o nuove creazioni».

Jongen, purtroppo, non è isolato in questa linea. Il "post-umano" è stato preparato dai filosofi della decostruzione come Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Michel Foucault. È sostenuto dalle femministe radicali del tipo di Donna Haraway e Rosi Braidotti. Alimenta il movimento cyborg, che teorizza organismi in parte biologici (ottenuti anche con ibridazione) e in parte meccanici ed elettronici. Il «trans-umanismo», che tra i propri seguaci raccoglie anche studiosi italiani, è considerato la terra promessa dai californiani dell’«Extropy Institute» (Max More, Ray Kurzwell e Marvin Minsky), nella quale secondo Jongen «si articola – come sempre in maniera provvisoria e ingenua – l’avanguardia di un’umanità impegnata a ergersi da soggetto a progetto».

Dunque se ora entra in crisi la teoria dell’evoluzione che fa a meno di un «disegno intelligente», nessun problema: sarà la specie umana ad avviare un’evoluzione "compatibile" e "intelligente", grazie alle biotecnologie. «Inverare se stessi»: per Jongen e i transumanisti, sarebbe questa la nostra essenza. Questo tratto fondativo dell’auto-trascendenza rappresenterebbe, a parere del filosofo tedesco, il nocciolo della «dottrina di Nietzsche del superuomo, che soltanto oggi, nell’orizzonte della sua realizzabilità tecnica, raggiunge il suo pieno potenziale profetico». D’altra parte, fu lo stesso Nietzsche a scrivere: «Mi si potrà leggere circa intorno all’anno 2000».

Tra Jongen e il purgatorio
Nell’articolo comparso sul settimanale tedesco Die Zeit nel 2001 un giovane filosofo, Marc Jongen, ha proposto che la sperimentazione genetica ponga termine a una cultura umanistica «durata millenni» per inaugurare «una nuova era del mondo». Jongen collabora con la «Hochschule für Gestaltung» di Karlsruhe, di cui è rettore Peter Sloterdijks, un pensatore che ha suscitato grandi polemiche con le sue «regole per il parco umano» (discorso di Elmau), cioè la proposta della fabbricazione dell’uomo nuovo in provetta. Sloterdijks nel suo saggio ha ripreso una delle tesi dell’ultimo Heidegger («Lettera sull’"umanismo"»): bisogna correggere la cultura attuale dalla sua deformazione umanistica. Con queste premesse l’esito del suo pensiero finisce per essere gnostico. Il mondo è «un purgatorio pornografico», ha scritto in un altro saggio Sloterdijks, dal quale lo spirito dello gnostico si libera attraverso la degradazione del proprio corpo.

Da: Avvenire, 3 novembre 2005

Documento collegato  

 

 

Rassegna stampa: elenco

Privacy Policy Cookie Policy