Life extension
La Life Extension non è un insieme di tecniche salutiste ma una vera e propria ideologia del superamento dei limiti umani che si richiama al movimento transumanista.
Il Rosso e Nero - 3 novembre 2005
Alessandro Fugnoli
Chi ha visto al cinema Supersize Me sa che l’obesità dilagante causerà nei prossimi decenni, secondo le previsioni ufficiali, una diminuzione della durata media della vita degli americani. Non è un problema solo americano, anche i cinesi e gli indiani sono sempre più grassi.
Accanto a questa triste realtà, l’America schizofrenica è da 50 anni sede del movimento della Life Extension. La Life Extension non è, banalmente, un insieme di tecniche salutiste per vivere meglio e più a lungo, ma una vera e propria ideologia del superamento dei limiti umani. Filosoficamente si richiama al movimento transumanista, per il quale l’uomo deve trascendere se stesso. Tra i difficili obiettivi dei transumanisti (e dei postumanisti, loro affini) c’è l’immortalità, verso cui la Life Extension è solo una tappa.
Bantam editore. 2005. 416 pagine.
Nei prossimi mesi si discuterà molto di Life Extension anche per il ciclo di espansione globale iniziato nella primavera 2003. Nella fisiologia dei cicli economici c’è anche questo. A un certo punto della vita di un ciclo (in genere quando è già abbastanza maturo) qualcuno comincia a interrogarsi sulla possibilità di superare l’idea di ciclo e di prolungare l’espansione, tendenzialmente, all’infinito. Qualcun altro allora salta su a criticarlo e a dire che questo discorso è stato fatto tutte le volte e che però i cicli sono sempre finiti lo stesso, più o meno puntualmente.
Nel 1999 il motivo per ritenere possibile l’immortalità dell’espansione era l’esplosione delle nuove tecnologie, considerata capace di accelerare la crescita della produttività, garantendo così crescita non inflazionistica per anni a venire. Greenspan all’epoca oscillò. Da una parte fu affascinato dalle novità, dall’altra intuì che, “la natura umana tendendo a non cambiare” (parole sue), si sarebbe creato un eccesso di investimenti cui sarebbe seguita una fase di depressione.
Questa volta il motivo per sognare un’espansione lunghissima è individuato nel pieno controllo politico del ciclo che i policy maker (sempre più abili e sofisticati) stanno dimostrando di sapere esercitare.
Il controllo avviene per due vie. La prima via è la cosiddetta Seconda Bretton Woods, ovvero l’accordo di divisione del lavoro tra Stati Uniti e Cina in base al quale i primi consumano più che possono e la seconda produce più che può.
La seconda via è l’accresciuta trasparenza della Fed, che ha dato finora un grande contributo alla diminuzione di volatilità della crescita economica e dei mercati.
La volatilità dei mercati, in particolare, quando è moderata come in questi ultimi due anni porta gioia ai trader e serve, ogni tanto, a dare una scrollata alle posizioni eccessive, allungando la vita del ciclo. La volatilità elevata, al contrario, produce una quantità impressionante di radicali liberi e ossidanti sotto forma di destabilizzazione del sistema e accorcia la vita del ciclo.
Negli ultimi anni (e ancora più spesso nelle ultime settimane) Greenspan ha affrontato il tema delle politiche di stabilizzazione del ciclo e del loro paradosso. Il paradosso consiste nel fatto che, più la crescita è stabile e duratura, più i mercati sono disposti ad assumere rischi e, quindi, a creare gradualmente bolle che, al loro scoppio, destabilizzeranno la crescita. Più una politica ha successo, più avvicina il giorno della sua fine. E in ogni caso non si dà in natura una crescita al tempo stesso stabile e duratura.
E’ probabile che la Fed stia già lavorando per districarsi dal paradosso della stabilità. Mentre molti si cullano per il 2006 nell’ipotesi di uno stato stabile, di un plateau di crescita leggermente più bassa dell’attuale ma di durata tendenzialmente illimitata (e da questo traggono auspici molto favorevoli per i mercati azionari) è possibile che la Fed consideri l’ipotesi di movimentare un po’ il quadro d’insieme.
Il 2006, come ha già detto qualche esponente della Fed, potrebbe essere un anno di crescita più bassa di quella che i mercati si attendono. Per vari fattori.
Il primo fattore sono i tassi. Oggi siamo al 4 per cento. Il 13 dicembre saremo al 4.25 e il 31 gennaio al 4.50. Il giorno successivo Ben Bernanke subentrerà ufficialmente a Greenspan. Bernanke dovrà dimostrare ai mercati che non è una colomba e che l’inflazione è in cima ai suoi pensieri. L’arrivo di Bernanke non potrà quindi coincidere con la fine dei rialzi dei tassi, perché altrimenti i mercati penseranno di essere di fronte a una rottura completa di policy. Bernanke dovrà quindi alzare i tassi almeno una volta (e arriviamo così al 4.75) per mostrare continuità con il suo augusto predecessore. Il secondo fattore è la fine della bolla immobiliare, di cui già si avvertono
i segni con i tassi al 4 e che sarà certamente più evidente con i tassi al 4.75.
Il terzo fattore è il mercato del lavoro. In questi giorni c’è un gran daffare, soprattutto tra gli economisti di area democratica, per indagare l’opera omnia di Bernanke in vista delle audizioni congressuali che dovranno eventualmente confermarlo nella carica di governatore. Nel corso di queste indagini, che in un momento di lotta politica infuocata come questo sono incredibilmente minuziose, si è riscoperto un discorso in cui Bernanke colloca il Nairu al 5 per cento, mentre Greenspan, anche in questo vaghissimo, l’ha collocato a varie riprese tra il 4 e il 4.5 per cento.
Il Nairu è un acronimo che indica il tasso di disoccupazione al di sotto del quale scatta l’inflazione salariale. E’ quindi il limite che un bravo banchiere centrale dovrebbe in tutti i modi evitare di valicare. A quanto è oggi la disoccupazione in America? Al 5.1. Se non ci fossero stati gli uragani saremmo esattamente al 5.0, ovvero al limite.
Bernanke, naturalmente, può cambiare parere. Sui blog democratici è tutto un fiorire di raffronti maliziosi tra i libri di testo scritti da Bernanke (tuttora adottati a Princeton e altrove) e le sue affermazioni recenti da capo degli economisti della Casa Bianca. Parigi val bene una messa, figuriamoci se non vale un ritocco al Nairu. Ma anche se tollererà per qualche tempo una disoccupazione sotto il 5, la Fed continuerà ad alzare i tassi fino a quando la percentuale non si sarà almeno stabilizzata.
Il quarto fattore è il petrolio. Il ribasso attuale dei corsi, certamente provvidenziale per stroncare le attese di spirale inflazionistica, è comunque in parte artificioso. Nel 2006 l’economia globale non potrà permettersi prezzi molto più alti degli attuali e il modo più sicuro per prevenirli è una crescita più bassa.
Di fronte all’alternativa tra andare avanti a oltranza con l’espansione al massimo e aspettare lo schianto contro il muro e, dall’altra parte, dare una frenata nel 2006 per ripartire nel 2007, la Fed sembra orientata verso la seconda ipotesi. Se si vuole estendere l’espansione oltre l’anno prossimo è bene intraprendere una dieta per almeno una parte del 2006.
E’ esattamente quello che sta già facendo da qualche mese l’Inghilterra. Lì la bolla immobiliare è finita in primavera, i prezzi delle case stanno scendendo dolcemente, i consumi sono bassi e la crescita nel suo insieme non è, in questo momento (quarto trimestre 2005), più alta di quella tedesca. Tra qualche mese, peraltro, l’economia inglese riaccelererà. Trasportiamo lo stesso modello sugli Stati Uniti con sei-nove mesi di ritardo e forse siamo vicini al vero.
Per i mercati questa seconda ipotesi (se vera) potrebbe significare un dollaro abbastanza forte ancora per qualche mese e poi di nuovo debole. Per i bond ci sarebbe ancora qualche mese di moderata pressione al rialzo dei rendimenti e poi stabilità. Per l’azionario ancora due o tre trimestri senza infamia e senza lode e poi un’altra gamba di rialzo.
da Il Rosso e Il Nero, settimanale di strategia.
Alessandro Fugnoli è strategist di Abaxbank Banca d'Investimento del Gruppo Credem - [ + ]