La tirannide del desiderio eugenetico e il mito faustiano dell'immortalità
L’abracadabra con cui un desiderio possibile viene esaudito nel laboratorio della razionalità tecnoscientifica e trasferito nel giardino delle cose reali
Il Foglio - 4 giugno 2005
Alessandro Giuli
Da grande sarò immortale. “Tecnicamente immortale”, ha promesso il genetista di quartiere ai miei genitori prima che nascessi. Quando la mia vita era ancora allo “stadio embrionale” – così mi hanno spiegato – al momento in cui mio padre e mia madre hanno scelto me, perché ero il più promettente fra un certo numero di cose difficili da dire che tutti chiamano embrioni. “Selezionato appositamente per lo sviluppo di un essere conforme al desiderio dei richiedenti, con bassissime predisposizioni verso difetti biologici, adatto alla competizione intellettuale, corrispondente alle aspettative fisiche di una società stretta attorno alla grande fabbrica di uomini. Dove niente è lasciato al caso”. Ha scritto proprio così, il genetista di quartiere. L’embrione – mi sembra di capire – è il frutto dell’amore tra un uomo e una donna quando ancora non si può chiamarlo figlio. Lo diventerà. O meglio, può diventarlo ma non sempre glielo consentono. Gli embrioni mi fanno venire in mente scintille destinate a far nascere un grande fuoco, però per la maggior parte oggi vengono creati dentro un laboratorio in tante copie diverse, simili ma non proprio uguali l’una all’altra. Quelli che funzionano come me, vivranno. Altri, chiamati “non validi”, vengono subito distrutti. Altri ancora non saranno mai bambini, cresceranno assumendo forme strane, le forme delle parti del corpo umano “da rigenerare”, dicono.Insomma il loro compito è di curare i fortunati come me nel caso, credo comunque raro, si ammalino.
Al di sotto della perfezione c’è il nulla. Al di sotto dell’idea di perfezione c’è l’eugenetica, che in astratto è l’ideologia della nascita felice. In concreto è lo strumento per trasformare il fattibile in fatto. E’ l’abracadabra con cui un desiderio possibile viene esaudito nel laboratorio della razionalità tecnoscientifica e trasferito nel giardino delle cose reali. “Dottore voglio un figlio maschio, sano, bianco oppure nero grigio marrone blu. Ma lo voglio anche alto e intelligente e con gli occhi azzurri o verdi o neri o gialli come il grano”. “Dottore voglio un popolo forte, sano, robusto, ordinato, fedele ma servito da gregari sottomessi e deboli, più fedeli ancora”. Il passaggio dalla prima alla seconda commissione è meno illogico di quanto si possa pensare. La seconda ordinazione è quella che spaventa di più e che maggiormente ha sedotto gli uomini alla ricerca del così detto “uomo nuovo”. Con sfumature varie, da Platone al Terzo Reich, passando dagli Stati Uniti dei primi del Novecento per finire con le socialdemocrazie nordeuropee nel secondo dopoguerra. E domani chissà. Magari sarà il trionfo dell’oltre-uomo vagheggiato da Friedrich Nietzsche attraverso lampeggiamenti dello spirito, e più concretamente prefigurato dai transumanisti contemporanei. Un percorso che in occidente segue l’arco teso tra due estremi: il filosofo delle idee immutabili e i seguaci della perfezione dell’uomo-macchina. Platone era razzista ed eugenista. Ateniese del VII secolo avanti Cristo, fra i suoi concittadini era considerato un “laconizzante”. Cioè un ammiratore dello stile di vita della polis rivale Sparta, dove si praticava il controllo pubblico delle nascite, se neccesario sacrificando sul monte Taigeto le vite imperfette (lo stesso avveniva nella Roma antica, sulla rupe Tarpea). Platone teorizzava una tripartizione rigida della società e in senso comunitario e antifamilistico. Una divisione gerarchica in caste: sacerdoti, guerrieri e tutti gli altri che oggi chiameremmo produttori di beni. Fra gli esponenti di ogni casta, osserva il filosofo nel libro IV della sua Repubblica, prevale una delle caratteristiche peculiari dell’anima umana. L’essenza razionale nei sacerdoti-governanti, l’essenza emotiva nei guerrieri, l’essenza concupiscibile negli altri. Tre immutabili caratteri, tre modi dell’Essere che decresce di qualità, simboleggiati da altrettanti metalli (oro, argento e ferro). Per Platone si tratta allora di intrecciare la natura interiore e la struttura della società. Dov’è l’eugenetica? Nella separazione e nel divieto: “Dunque la confusione fra le caste e il loro scambio reciproco arrecano gravissimo danno alla città, e si potrebbero considerare a pieno diritto un crimine”. E nel controllo degli accoppiamenti: “Occorre che i maschi migliori si uniscano alle femmine migliori il più spesso possibile, ma il contrario vale per le persone da poco; occorre allevare i figli di quelli ma non di queste, se il gregge deve essere assolutamente eccellente. Ma che tutto questo avvenga debbono saperlo solo i governanti”. Il processo viene governato dall’alto. Perché nella visione platonica i governanti sono “coloro che sanno”, detengono un accesso selettivo e superiore alla verità metafisica. Il sistema così concepito (una noocrazia) gode del sorriso d’approvazione degli dèi e i governanti non fanno altro che realizzare “le leggi più grandi e più belle e decisive che spettano ad Apollo di Delfi”. Alla base del progetto ideale non c’è dunque il desiderio umano né una libertà slegata dalla legge e l’eugenetica, sebbene in apparenza fondata sulla coercizione, diviene strumento di realizzazione metafisica. Una realizzazione che non contempla l’immortalità terrena ma è rivolta a un assoluto vivente al di sopra della materia.
Il mio corpo è una macchina vivente indefinitamente perfettibile. Sono figlio di un’idea antica che ha preso forma nel XXI secolo. Il mio destino è stato preconizzato con queste parole: “E’ inevitabile nel XXI secolo l’accendersi di un conflitto fra le grandi religioni monoteistiche (Islam, Cristianesimo, Ebraismo, religione laica dei diritti dell’uomo) e i progressi della tecnoscienza nell’informatica e nella biologia. Hervé Kempf nel suo ‘La révolution biolithique’ (Albin Michel, 1998) spiega che la scienza sta per compiere una ‘transizione’ paragonabile a quella della rivoluzione neolitica, quando l’homo sapiens passò dallo stadio di raccoglitore e cacciatore a quello di agricoltore e allevatore modificando l’ambiente. Noi viviamo una seconda grande mutazione, a un tempo biologica e informatica, che consiste nella trasformazione artificiale degli esseri viventi, nell’umanizzazione delle macchine (i futuri computer quantici e soprattutto biotronici) e nelle conseguenti interazioni uomo-robot. L’antropocentrismo e la definizione unificante della ‘vita umana’ come valore in sé, che costituiscono i dogmi centrali delle rivoluzioni monoteiste e delle ideologie egualitarie della modernità stanno entrando in stridente contraddizione con le possibilità offerte dalla tecno-scienza e soprattutto dalla alleanza ‘infernale’ dell’informatica con la biologia. Ci sarà un duro scontro fra i ricercatori e i dirigenti politici e religiosi decisi a censurare e limitare le applicazioni delle scoperte scientifiche. Le nascite artificiali, i robot biotronici intelligenti e ‘parasensibili’, quasi umani, le chimere (sintesi uomo-animale il cui brevetto è stato depositato negli Stati Uniti), le manipolazioni genetiche, gli uomini ‘transgenici’, i nuovi organi artificiali che moltiplicano le facoltà, la creazione di esseri iperdotati o iper-resistenti grazie a un eugenismo biologico positivo, la procreazione assistita, la clonazione eccetera. Tutto questo rischia di mettere in crisi la vecchia concezione egualitaria e sacrale dell’essere umano, molto più di quanto non fecero Darwin e le teorie evoluzioniste. Si sta costruendo la ‘fabbrica dell’umano’. Bisogna allora riformulare anche tutte le definizioni dell’uomo, del vivente e della macchina. Esseri umani artificiali e macchine animali”. Nel XXI secolo l’uomo non sarà mai più quello che era. Ne deriverà uno smarrimento etico i cui effetti saranno devastanti. Rischia di prodursi uno shock mentale, dalle conseguenze imprevedibili, tra due mondi: quello della nuova concezione biotronica o biolitica e quello dell’antica concezione delle grandi religioni e della moderna filosofia egualitaria dei diritti dell’uomo. Solo una mentalità neo-arcaica potrà reggere questo shock, proprio perché una volta, presso gli Incas, i Tibetani, i Greci o gli Egiziani, al centro del mondo non era posto l’uomo ma le divinità che potevano perfettamente incarnarsi in qualunque forma vivente. La tecno-scienza del futuro ci invita a non disumanizzare l’uomo, ma a smetterla di divinizzarlo. Ciò rappresenta la fine dell’umanesimo? Certamente” (Guillaume Faye, “Archeofuturismo”, SEB). Ecco cosa sono, dunque, sono un prototipo credibile di transumanità.
I transumanisti sono idealizzatori di mostri. Ma non vagolano nel vapore delle idee, teorizzano ciò che nei laboratori è tentativo quotidiano. Uno di loro, l’americano Nick Bostrom, presenta così la sua bella famiglia: “I transumanisti sostengono la necessità di aumentare i fondi per la ricerca mirata all’estensione radicale della durata della vita, in condizioni di buona salute, e allo sviluppo di strategie terapeutiche e tecnologiche mirate a migliorare la memoria, la capacità di concentrazione e le altre capacità umane. I transumanisti sostengono che l’opportunità di utilizzare tali mezzi per incrementare varie misure del proprio benessere cognitivo, emotivo e fisico debba essere accessibile a chi la desideri. Questa sarebbe non solo una naturale estensione dei tradizionali obiettivi della medicina e dello sviluppo tecnologico in generale, ma anche una grande occasione per migliorare la condizione umana. Secondo i transumanisti, inoltre, è importante che la scelta di servirsi, o meno, di tali opzioni incrementanti risieda, in generale, nell’individuo. […] Malgrado le occasionali esagerazioni da parte di alcuni, il transumanismo ha una visione positiva e inclusiva di come adottare in modo etico le nuove possibilità tecnologiche per condurre le nostre vite più che bene” (tratto dal sito della World Transumanist Association e riprodotto in italiano su estropico.com). I transumanisti sono il volto nuovo di un platonismo orizzontale privo di dèi. Certificano la bontà dell’ingegneria genetica e della criogenica, la compatibilità delle menti umane con l’hardware (sul quale immaginano possa un giorno essere trasferita la coscienza umana, per inaugurare così la genìa degli infomorfi di cui ha scritto il filosofo Alexander Chislenko: creature metà uomo metà macchine, cyborg telepatici destinati a fondersi in una superintelligenza collettiva). Predicano il loro vangelo a partire dai due punti di fuoco su cui si regge ogni tesi eugenista: 1) “E’ possibile governare lo svolgimento dell’evoluzione biologica (prospettiva faustiana); 2) E’ possibile ricondurre gran parte della natura umana a fattori genetici (dogma sociobiologico)” (Cristian Fuschetto, “Fabbricare l’uomo. L’eugenetica tra biologia e ideologia”, Armando editore). I transumanisti sono gli eredi del padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin, paleontologo fallito, futurologo, capace d’improvvisare una mistica dell’evoluzione umana che culmina nell’avvento di un cervello planetario detto “Noosfera”. In pratica un grande lavatoio subrazionale dei pensieri individuali, delle connessioni sociali, economiche, emotive che corrono fra gli umani. Transumanisti sono tutti coloro che fanno dell’essenza umana un oggetto di manipolazione “macchinica” (il termine è di Philip K. Dick) nella speranza di dilatare la misteriosa membrana che separa l’io da se stesso e dalla prospettiva dell’estinzione corporea. I transumanisti saranno pure figli della democrazia, ma l’ideologia cui dichiarano di obbedire si fonda sulla tirannide del desiderio individuale. La signoria della cupidigia, che i Greci appellavano Pleonexia (ipertrofia del bisogno acquisitivo, tipo: voglio un figlio purchessìa, lo voglio sano e così via) è come un deserto in cui s’incontra il miraggio dell’immortalità ma più verosimilmente si finisce per accontentarsi del “Mondo nuovo” descritto dal liberale Aldous Huxley nel 1932. Un mondo in cui all’astrattezza dell’utopia egualitaria di carne e di metallo si sostituisce il concreto dell’antiutopia totalitaria. L’antiutopia di un sistema mondiale retto da un dispotismo dolce, popolato da classi (non più vivipare: si nascerà in uteri artificiali) d’individui alfa beta gamma delta epsilon, coltivati in laboratorio, privi di famiglia, educati con l’ipnopedia. Un mondo nel quale la felicità, per le inebetite bestie da macello che lo abitano, è indotta chimicamente attraverso il consumo di droga (soma) e la morte sopraggiunge per contratto a una data età. Teneramente, senza uno strappo, annulla l’eterno presente.
“La natura dell’impulso faustiano è tantalica. Egli si muove in un cerchio, e il ‘regno dello spirito’ gli rimane precluso. Egli vi tende per trovare la quiete, anche se soltanto Mefistofele gli appare. Le mura del carcere si sono dischiuse, in ogni caso è scongiurato uno dei pericoli che possono presentarsi sulla strada della conoscenza: i banchi di sabbia della perfezione magica. Il progresso si concluderebbe con un’esistenza da insetto a un livello più alto, e qui resterebbe incagliato. Potrebbe durare molto tempo: Huxley ce ne offre un esempio. Faust vede bene il pericolo: ‘Potessi allontanare la magia dalla mia strada, / e gli incantesimi disimparare del tutto’” (Ernst Jünger, “La forbice”, 1990).
La verità è che ho una paura fottuta di morire. Alla verità non puoi tirare il collo troppo a lungo. Figlio dell’esclusione del caso dalla danza delle cose possibili, selezionato in nome di un desiderio, mi sono affacciato all’esistenza gonfio di sangue artificiale. Un succo appetitoso in cui si è dispiegato l’esercizio manipolatorio di qualche stregone illuso di animare impunemente la materia e trattare la vita come un dettaglio minerale. L’età della ragione mi raffigura per quello che sono, un ibrido d’eccellenza rassegnato a rifornirsi periodicamente nel suo personale supermercato di cellule. Sono il prodotto di un’eugenetica caritatevole che ha buttato giù la parete divisoria con la programmazione umana. L’obiettivo dichiarato era la salute dei corpi; l’obiettivo reale, raggomitolato come una serpe all’ombra di una scarpata, è divenuto la meritocrazia biologica. umanitaria e armata come tale in una sfida alla natura mortale. La promessa d’immortalità si è rivelata per quello che è: il regolare ma non infinito rinvio di un appuntamento con l’estinzione impossibile da sfuggire. Le carte erano truccate.
I tibetani usano squartare i cadaveri o bruciarli (lo fanno anche gli indiani), oppure li abbandonano sulle montagne perché siano il pasto di uccelli e bestie selvatiche. La loro concezione dell’immortalità è invece espressa in poesia e risuona nei versi di derivazione buddista di cui si compone “il Bardo tödöl c’en mo”, letteralmente “Il grande trattato sull’esistenza intermedia che conduce alla liberazione per il solo sentirlo recitare”, redatto attorno all’Ottavo secolo. Il Bardo insegna che, nella vita dell’uomo comune, immortale non è l’anima ma il ciclo delle rinascite cui essa è sottoposta senza il privilegio di conservare il ricordo delle vite di volta in volta attraversate. Oltrepassata la soglia, l’anima si trova al cospetto di una luce divina e terrificante e, se il fuoco della conoscenza non l’ha resa talmente forte da identificarsi nel bagliore, sarà condannata a una progressiva caduta. La discesa dura quarantanove giorni durante i quali si manifestano entità sempre più repellenti mano a mano che le si fugga. Il termine ultimo del tragitto, se nemmeno fra i demoni il defunto trova ospitalità, sarà la visione dei futuri genitori nell’atto di accoppiarsi e quindi la successiva precipitazione terrena. Tra i seguaci degli antichi misteri di Eleusi si tramandava il detto secondo cui il re che non fosse stato iniziato ai riti di Demetra, una volta morto, non avrebbe vissuto un post-mortem migliore di quello del servo introdotto invece ai segreti del culto. La sua anima, ancorché regale, avrebbe vagato nell’Ade come un’ombra fino alla completa estinzione. Fra gli ebrei e fra i greci la peggiore maledizione per i defunti era di essere abbandonati senza sepoltura, in preda alle bestie. Per gli egiziani l’integrità del corpo era necessaria per la continuazione della vita nell’oltretomba. Il cristianesimo e l’Islam hanno inaugurato la prospettiva d’una vita ultraterrena personalmente condivisa nell’amore del dio unico (ma è apparentemente più terragna la via all’assoluto dei musulmani). Ogni architettura metafisica concede o accarezza la possibilità di una vita oltre la vita. Tutte le grandi narrazioni religiose esprimono lo scandalo dell’uomo incatenato al proprio confine, la morte. Uno scandalo del pensiero finito, mistero di spirito carnale, che nel cristianesimo è esemplificato eccezionalmente dal volto di Gesù che, crocefisso, invoca il padre e gli domanda: “Perché mi hai abbandonato?”. Anche la filosofia – amore per la sapienza, amata in quanto non posseduta interamente – ha preteso farsi carico della meditatio mortis. La filosofia misterica che Platone (di nuovo lui) ha definito “pratica di morte”. La saggezza classica riassunta nella massima ciceroniana secondo cui la vita dei filosofi non è che un commento della morte. Montaigne che nel XVI secolo intitolerà così un capitolo dei suoi “Essais”: Que philosopher c’est apprendreà mourir. In epoche più vicine, Tolstoj poteva credere che “pensare è pensare alla morte”. Freud, nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: “Si vis vitam, para mortem”. Albert Camus levava negli anni Cinquanta la propria rivolta metafisica (“contro la sofferenza di vivere e di morire”) aprendo il Mito di Sisifo con il tormento di Pindaro: “O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile”. Poi, quando la scienza smise d’essere ancella, protesa all’esplorazione del possibile, ha creduto di avvicinare il segreto della vita immortale. E sopra tutto ha preteso di espellere la morte dalla quotidianità. “La morte risulta intollerabile all’uomo moderno. Egli è abituato a vivere in una civiltà che, grazie alla tecnologia, sembra aver completamente asservito la natura piegandola ai propri fini. Là dove prima l’uomo subiva la natura o si limitava a conviverci rispettandola, oggi la domina, la manipola, ne è, o perlomeno se ne sente, padrone. Ma proprio per questo gli è difficile accettare l’unico accadimento in cui la natura continua inesorabilmente a sfuggirgli e a vincere: la morte. […] E con la paura della morte addosso, sottile ma continua proprio nella misura in cui l’indecenza viene in tutti i modi tenuta nascosta, si vive male. E’ Epicuro che dice ‘muore mille volte chi ha paura di morire’. Oggi si vive di più, ma si vive ossessionati dalla paura della morte” (Massimo Fini, “La ragione aveva torto”, Marsilio). I maestri cantori della bioingegneria possono lo stesso esultare per la compilazione della sequenza completa del genoma umano, ultimata in America nel giugno del 2000 sotto la guida di James Watson, il Nobel che oggi reclama embrioni à la carte. E il genetista Lee Silver – come scrive Francis Fukuyama nel suo “L’uomo oltre l’uomo”, Mondadori – può serenamente profetizzare “uno scenario futuro nel quale una donna produrrà un centinaio di embrioni, li farà controllare per ottenerne un ‘profilo genetico’ e poi, con qualche clic del mouse, ne selezionerà uno privo degli alleli responsabili di malattie dovute a un singolo gene, come la fibrosi cistica, e nel quale sono presenti geni in grado di conferire le caratteristiche desiderate in termini di altezza, colore dei capelli, intelligenza, e così via”. E forse la ricerca sulle cellule staminali embrionali o adulte permetterà davvero agli scienziati di rigenerare artificialmente quasi tutti i tessuti che formano il corpo umano, incrementando la nostra aspettativa di vita oltre i cento anni. E una volta che la scienza abbia individuato anche la causa del deterioramento dei tessuti neurovegetativi, oltre a rifornirci di organi che sostituiscano quelli malandati, magari neanche l’Alzheimer ostruirà la visione della nostra lunga durata. Potremo così irridere il concetto di biodegradabilità. Insomma avremo rimandato ulteriormente l’appuntamento con la morte nell’attesa messianica che la clonazione faccia il resto (ma chissà se nel corpo che ci ospiterà domani potremo trasferire il “soffio vitale” le cui vicende ultraterrene, un tempo, si lasciavano descrivere soltanto a filosofi e poeti). Chissà, intanto la morte è sempre lì con la sua scacchiera sotto il braccio, pronta a sfidare chiunque per una partita dal finale già scritto.
Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Socrate è mortale. Di me resterà una traccia algebrica. La mia esistenza si smaterializza con precisione e nella dolcezza dell’incoscienza, un sentimento liquido s’impossessa di me insieme con una mestizia fredda, qualcosa che richiama la purezza del pianto. Ma senza lacrime.